Se tutto il mondo vivesse come noi italiani, avremmo bisogno di 3 Pianeti Terra per sostenere i consumi. A dircelo sono i dati del Global Footprint Network, che calcolano ogni anno l’Earth Overshoot Day, ovvero il giorno in cui un determinato Paese esaurisce la propria quota di risorse naturali a disposizione – e inizia quindi ad intaccarne le riserve.

Non si tratta di un’astrazione, né di un dato slegato dalla realtà quotidiana. Ogni anno consumiamo legno, carta, cibo, combustibili e fibre: tutte risorse che la biosfera produce a un ritmo preciso, rigenerabile ma non infinito. L’Earth Overshoot Day è semplicemente il momento in cui la domanda supera l’offerta — il giorno in cui, contabilmente, iniziamo a intaccare il “capitale naturale” anziché vivere dei suoi interessi.

Lo strumento alla base di questo calcolo è l’impronta ecologica (ecological footprint), sviluppato dal Global Footprint Network negli anni Novanta e oggi riconosciuto come uno dei più solidi indicatori di sostenibilità a scala nazionale. Funziona come un bilancio: da un lato misura quanta superficie biologicamente produttiva è necessaria per sostenere i consumi di una popolazione — coltivare il cibo, produrre le fibre, assorbire le emissioni di CO₂, ospitare le infrastrutture. Dall’altro confronta questa domanda con la biocapacità effettivamente disponibile sul Pianeta, ovvero la capacità degli ecosistemi — foreste, pascoli, mari, terre coltivate — di rigenerare risorse in un anno.

Entrambi i valori si esprimono in ettari globali (global hectares, gha): un’unità standardizzata che permette di confrontare la produttività biologica di superfici molto diverse tra loro, normalizzando le differenze di fertilità, clima e resa. Nel 2025, la biocapacità globale disponibile ammontava a 1,48 ettari globali per persona. È una cifra che vale la pena fermarsi a visualizzare: poco meno di due campi da calcio di ecosistema produttivo — foreste, pascoli, mari, terreni agricoli — per ciascuno dei circa 8,2 miliardi di abitanti del nostro Pianeta. Questa è la quota. Questa è la parte che spetterebbe a ognuno di noi ogni anno se volessimo vivere senza intaccare la capacità rigenerativa della Terra.

Secondo i dati del Global Footprint Network, un italiano medio consuma circa 4,44 gha: tre volte la media globale. Detto altrimenti, se volessimo dare a ogni essere umano lo stesso stile di vita di un cittadino italiano, avremmo bisogno di tre pianeti identici al nostro. Non tre pianeti più ricchi, non tre pianeti più grandi: semplicemente tre volte la Terra che abbiamo, con le sue foreste, i suoi oceani, i suoi suoli fertili.

Una parte significativa dell’impronta italiana deriva dalla componente carbonio, ovvero dalla superficie necessaria per assorbire le emissioni di CO₂ legate ai consumi energetici e ai trasporti. Un’altra parte è legata ai sistemi alimentari — in particolare al consumo di carne e latticini, che richiedono estese superfici a pascolo e a coltura di mangimi. Una parte minore, ma tutt’altro che trascurabile, riguarda il consumo di legno, carta e fibre. In ognuno di questi tre punti, la gestione forestale entra in gioco come variabile attiva, e non come semplice voce passiva, del bilancio.

Da un lato, le foreste sono il principale serbatoio di carbonio terrestre: sequestrano CO₂, riducendo così la componente carbonica dell’impronta ecologica. Dall’altro, producono biomassa legnosa — materie prime che possono sostituire materiali ad alta intensità fossile come plastica, cemento e acciaio. Sono una risorsa rinnovabile, ma rinnovabile non significa inesauribile: possono rigenerarsi, a patto che i prelievi non superino la capacità di ricrescita e che gli ecosistemi forestali mantengano la loro integrità strutturale.

In Italia questo ragionamento assume una dimensione particolare: negli ultimi settant’anni infatti la superficie forestale è quasi raddoppiata, per effetto dell’abbandono delle aree rurali montane e della spontanea ricolonizzazione del territorio da parte del bosco. Abbiamo oggi più foreste che in qualsiasi altro momento degli ultimi due secoli; eppure gran parte di queste foreste è, paradossalmente, fragile: sono boschi giovani, cresciuti con pochi o senza interventi selvicolturali, poco resilienti agli stress climatici e agli incendi. Foreste che accumulano biomassa senza che questa venga valorizzata.

Si stima che un incremento della biocapacità forestale globale del 2% ogni cinque anni — ottenibile attraverso la gestione attiva e la riduzione del degrado di queste aree — permetterebbe di spostare la data dell’Overshoot Day mondiale indietro di oltre tre settimane entro il 2050. Certo, questo passo non basterebbe da solo a chiudere il divario tra consumo e risorse naturali a disposizione; ma in un’equazione complessa, dove ogni variabile conta, le foreste sono una delle poche voci che si possono già migliorare oggi, con strumenti esistenti e producendo benefici che durano generazioni.

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