La trentesima Conferenza delle Parti (COP30) sui cambiamenti climatici si sta tenendo in questi giorni a Belém, capitale dello stato del Pará, nel cuore dell’Amazzonia brasiliana. Questa scelta geografica non è casuale: per la prima volta nella storia delle COP, i negoziati sul futuro del clima globale si svolgono in una delle regioni più cruciali per l’equilibrio climatico del pianeta, il “polmone verde” condiviso da nove nazioni sudamericane.
In questo contesto, il nuovo sondaggio Ipsos, condotto in 30 Paesi, rivela percezioni profondamente divergenti sull’efficacia di questa conferenza. Mentre il Sud Globale mantiene un cauto ottimismo, le economie avanzate, Italia inclusa, mostrano un crescente scetticismo verso la capacità dei meccanismi multilaterali di produrre il cambiamento radicale necessario per affrontare l’emergenza climatica.

Un Paese disilluso
Secondo il sondaggio Ipsos, l’Italia si distingue per un marcato pessimismo riguardo all’efficacia della COP30 di Belém. Solo il 22% degli italiani ritiene che la conferenza sarà efficace e porterà risultati concreti nella lotta contro il cambiamento climatico, una percentuale significativamente inferiore alla media globale del 34%. Al contrario, ben il 64% degli italiani considera l’evento meramente simbolico, senza un reale impatto sulle politiche climatiche, superando di 15 punti percentuali la media mondiale del 49%. Questo dato colloca l’Italia tra i paesi più scettici, insieme a Francia e Spagna, riflettendo una profonda disillusione verso i meccanismi multilaterali di governance climatica. La sfiducia italiana si inserisce in un contesto più ampio che vede i paesi del G7 e le economie avanzate europee esprimere minore ottimismo rispetto ai paesi del Sud Globale, dove invece prevale una maggiore fiducia nell’efficacia delle conferenze sul clima. Questo divario Nord-Sud evidenzia come le aspettative sulla COP30 siano profondamente influenzate dal livello di sviluppo economico e dalle esperienze pregresse con le politiche climatiche internazionali.

Un consenso sulla responsabilità corporate
La ricerca Ipsos registra anche un elevato grado di scetticismo anche in merito alla responsabilità delle aziende nel contrasto al cambiamento climatico. Il 73% degli italiani concorda sul fatto che le aziende privilegino il profitto rispetto alla tutela ambientale, superando la media globale del 69%. Questa percezione si traduce in un ampio sostegno per misure più stringenti: il 70% degli italiani ritiene che le imprese dovrebbero essere obbligate a destinare parte dei loro profitti per finanziare azioni contro il cambiamento climatico, in linea con il 65% globale. Particolarmente significativo è il supporto italiano alla responsabilità individuale dei più ricchi: il 66% ritiene che i miliardari dovrebbero sostenere la maggior parte dei costi per combattere il cambiamento climatico, ben 12 punti percentuali sopra la media globale del 54%. Similmente, il 66% degli italiani sostiene che i paesi sviluppati dovrebbero fornire riparazioni finanziarie ai paesi più colpiti dai disastri climatici, contro una media globale del 55%.

Actions and support: un allineamento alla media globale
Per quanto riguarda le azioni concrete e il supporto alle iniziative climatiche, l’Italia si posiziona sostanzialmente in linea con le tendenze globali. Il 41% degli italiani definisce il successo della COP30 come la necessità di “proteggere, riforestare e cambiare l’economia per renderla sostenibile”, appena 2 punti percentuali sopra la media globale del 39%.

(Photo: © UN Climate Change – Kiara Worth)

Il 31% degli italiani sostiene che, oltre a fermare la deforestazione, sia necessario compensare i danni già causati, un dato che supera di 5 punti la media globale del 26%, il 10% ritiene che fermare la deforestazione sarebbe sufficiente per affrontare la crisi climatica, praticamente identico alla media globale dell’11%, mentre un 3% considera la deforestazione parte dello sviluppo che dovrebbe continuare, contro il 4% globale.

Gli ostacoli politici prevalgono
L’analisi degli ostacoli al raggiungimento degli obiettivi climatici rivela che per gli italiani, come per il resto del mondo, le barriere sono principalmente di natura politica e di governance piuttosto che tecniche. La mancanza di volontà politica da parte dei leader governativi è identificata dal 45% degli italiani come il principale ostacolo, superando di 3 punti la media globale del 42%. Interessante notare come l’Italia si discosti dalla media globale su altri ostacoli: solo il 29% degli italiani identifica la mancanza di enforcement contro deforestazione e inquinamento come barriera principale, contro il 34% globale, mentre il 25% cita la mancanza di finanziamenti per progetti ambientali, sotto la media del 31%. La percezione che il clima non sia una priorità nell’agenda economica è condivisa dal 24% degli italiani, contro il 29% globale. La pressione da parte di settori che cercano profitti rapidi è citata dal 28%, in linea con il 27% mondiale, mentre la dipendenza dai combustibili fossili è vista come ostacolo dal 27% contro il 24% globale. Solo il 18% degli italiani identifica la mancanza di tecnologia adeguata come barriera, perfettamente allineato alla media globale, confermando che il problema non è tecnologico ma politico-economico. La pressione del settore agroalimentare contro le restrizioni ambientali è percepita come ostacolo dal 21% degli italiani, sopra la media globale del 17%, riflettendo forse le specificità del contesto economico italiano dove l’agricoltura gioca un ruolo importante.

Photo: © UN Climate Change – Kiara Worth

In conclusione, l’analisi dei dati italiani sulla COP30 rivela un paradosso significativo: da un lato emerge un profondo scetticismo verso l’efficacia dei meccanismi multilaterali di governance climatica, con solo il 22% degli italiani che ripone fiducia nella conferenza di Belém; dall’altro si manifesta una chiara domanda di giustizia climatica e responsabilità corporate, con percentuali superiori al 70% nel richiedere che aziende e miliardari contribuiscano concretamente alla transizione ecologica.
Questo apparente contrasto riflette una consapevolezza matura della sfida climatica: gli italiani riconoscono che gli ostacoli principali non sono tecnologici ma e che le soluzioni richiedono trasformazioni sistemiche dell’economia piuttosto che interventi settoriali. La sfiducia non è quindi verso l’azione climatica in sé, ma verso la capacità delle attuali strutture di governance di produrre il cambiamento radicale necessario.
L’Italia si presenta, dunque, alla COP30 come un paese disilluso ma non disimpegnato, scettico ma non negazionista, che richiede con forza maggiore accountability e azioni concrete piuttosto che dichiarazioni simboliche.

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