La curva scende, anche se lentamente. I dati più recenti sull’andamento delle emissioni europee raccontano un percorso reale, non lineare, verso la decarbonizzazione. E insieme aprono una domanda: quanto è solida questa traiettoria?
Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, tra il 2023 e il 2024 le emissioni di gas serra dell’Unione europea sono diminuite di un ulteriore 3%, portando la riduzione complessiva al 40% rispetto ai livelli del 1990. Un risultato costruito nel tempo, come evidenzia l’analisi basata sull’inventario trasmesso alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici.
L’Agenzia sintetizza così le dinamiche degli ultimi tre decenni: «il calo delle emissioni nette interne dell’Ue è stato determinato da una maggiore quota di energie rinnovabili, dall’utilizzo di combustibili fossili a minore intensità di carbonio, da una maggiore efficienza energetica e da cambiamenti economici strutturali». Un processo diffuso, che ha coinvolto quasi tutti gli Stati membri.
La riduzione non è omogenea. I tagli più significativi si registrano nei settori della produzione di elettricità e calore, nell’industria manifatturiera e delle costruzioni, nella combustione residenziale e nella siderurgia. Altrove, però, la tendenza si inverte. Il trasporto su strada continua a crescere, sia per i passeggeri sia per le merci, spinto da una domanda in aumento. Un segnale interessante arriva anche dagli idrofluorocarburi (Hfc), legati a refrigerazione e aria condizionata: «sono aumentate vertiginosamente dal 1990 al 2014, ma sono diminuite per dieci anni consecutivi», grazie alla progressiva eliminazione dei gas fluorurati.
Più fragile, invece, il contributo delle foreste. La capacità di assorbire carbonio si sta indebolendo, complice l’invecchiamento degli ecosistemi, l’aumento del prelievo di legname e gli effetti del cambiamento climatico.
Dietro il calo delle emissioni c’è un impianto normativo costruito nel tempo. Dalle politiche ambientali degli anni Novanta fino agli strumenti più recenti, come il sistema europeo di scambio delle emissioni, l’Unione Europea ha progressivamente orientato il sistema produttivo.
Tra i pilastri resta il meccanismo ETS, affiancato da misure nazionali per i settori non inclusi nel sistema. Un’architettura che ha contribuito a ridurre le emissioni, ma che oggi si trova sotto pressione, anche politica.
Le critiche al Green Deal europeo non mancano. Alcune voci politiche ne chiedono un ridimensionamento (Salvini lo definisce «un mostro ideologico»), sostenendo che la crisi energetica imponga una revisione delle priorità.
Eppure, le evidenze scientifiche vanno in direzione opposta. Uno studio del Potsdam Institute for Climate Impact Research, pubblicato su Nature Communications, indica che la strategia europea è non solo praticabile, ma anche conveniente nel lungo periodo.
L’analisi, basata sul modello REMIND, traccia una rotta precisa: riduzione delle emissioni nette dell’86% entro il 2040 rispetto al 1990, lungo un percorso ottimizzato dal punto di vista tecnico ed economico. Come sottolinea il ricercatore Robert Pietzcker, «questo risultato è radicato nell’ottimizzazione tecnico-economica del percorso di trasformazione dell’UE, senza considerare le questioni relative a un’equa ripartizione degli oneri a livello globale».
La traiettoria delineata richiede un cambio di scala. Entro il 2040, secondo lo studio la produzione di elettricità da fonti eolica e solare dovrebbe crescere di sette volte, l’elettricità dovrebbe coprire il 49% dei consumi finali, mentre la cattura e lo stoccaggio del carbonio (CCS) dovrebbero raggiungere 188 milioni di tonnellate di CO₂ all’anno.
Si tratta di obiettivi impegnativi, ma non irrealistici. Il ritmo di crescita delle rinnovabili richiesto è già stato toccato tra il 2021 e il 2025, anche grazie alla risposta politica alla crisi energetica.
Lo stesso vale per l’elettrificazione dei trasporti: la quota di auto elettriche a batteria nelle vendite europee è passata dal 2% nel 2019 al 19% nel 2025, con Paesi come Norvegia e Danimarca oltre l’80%.
La direzione appare definita, i risultati iniziano a consolidarsi, ma restano fragilità evidenti: settori che non riducono le emissioni, ecosistemi sotto stress, tensioni politiche che rischiano di rallentare il percorso.
