Da alcune settimane, nei palazzi europei e nelle capitali dei principali Paesi membri, circolano indiscrezioni sempre più insistenti su un possibile cambio di rotta dell’Unione Europea. La scadenza del 2035, fissata dal Regolamento UE 2023/851 come termine ultimo per la vendita di nuove auto con motori a combustione interna, potrebbe essere rimessa in discussione. L’ipotesi più accreditata parla di uno slittamento al 2040 o, quantomeno, di una revisione sostanziale degli strumenti per raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni di CO₂.

A rafforzare queste voci sono arrivate anche prese di posizione politiche di primo piano. Manfred Weber, presidente del Partito Popolare Europeo, ha lasciato intendere che l’Unione starebbe valutando una regolazione più flessibile, meno centrata su un divieto totale e più orientata al risultato ambientale. Una svolta che intercetta le pressioni esercitate da governi e costruttori, preoccupati per l’impatto di una transizione giudicata da molti “troppo aggressiva” su occupazione, competitività e tenuta industriale del settore automotive europeo.

In questo quadro si inserisce l’analisi della Fondazione Eni Enrico Mattei, che in un articolo di prossima pubblicazione – “Revisione o avvitamento per la decarbonizzazione dell’automobile” – fotografa una transizione arrivata a un punto critico. La revisione del regolamento, inizialmente prevista per il 2026, è tornata al centro del confronto politico proprio perché il divario tra obiettivi e realtà si sta ampliando.

I numeri, secondo la Fondazione, sono eloquenti. Nell’Unione Europea a 27, su oltre 10 milioni di nuove immatricolazioni annue, meno del 14% riguarda veicoli completamente elettrici. Una quota ancora marginale, nonostante incentivi pubblici e politiche di sostegno. Nel frattempo, il parco auto complessivo continua a crescere e a invecchiare, rallentando la riduzione effettiva delle emissioni.
Pesano diversi fattori strutturali: una domanda che cresce più lentamente del previsto, difficoltà nello sviluppo di una filiera europea delle batterie, infrastrutture di ricarica ancora insufficienti e una concorrenza sempre più forte dei produttori extra-UE, in particolare cinesi. A tutto questo si aggiunge un elemento spesso sottovalutato: la dinamica reale delle emissioni.

Perché la decarbonizzazione funzioni, le nuove auto elettriche dovrebbero sostituire quelle endotermiche già in circolazione, o ridurre il numero complessivo dei veicoli. Ma questo, nei fatti, non sta accadendo. Tra il 2015 e il 2024, nell’UE si sono aggiunte oltre 29 milioni di auto con motore a combustione interna, a fronte di poco più di 6 milioni di veicoli elettrici. Nello stesso periodo, l’utilizzo dell’energia elettrica nei trasporti stradali è rimasto sotto l’1%.
Un dato che rende problematico l’orizzonte fissato dalle politiche europee. Secondo la Fondazione, ipotizzare una crescita dell’uso dell’elettricità nei trasporti di 80–90 volte in appena 25 anni appare poco realistico senza un cambio profondo di strategia.

«La domanda da porsi è se sia ancora realistico puntare quasi esclusivamente sulla sostituzione del parco circolante», osserva Antonio Sileo, Programme Director del programma Sustainable Mobility della Fondazione Eni Enrico Mattei.
È da qui che prende forma il dibattito sulla possibile revisione del bando al 2035. Germania e Italia, insieme ad altri Paesi con una forte industria automobilistica, chiedono maggiore flessibilità per evitare effetti negativi su occupazione e competitività. Sul tavolo entrano così anche opzioni complementari: il ruolo dei biocarburanti, un diverso equilibrio tra politiche ambientali, industriali e di domanda, e una valutazione più rigorosa dell’efficacia reale delle misure adottate finora.
Secondo Sileo, il rischio è quello di trovarsi davanti a un’alternativa netta: «una revisione pragmatica della strategia o un ulteriore avvitamento normativo», senza affrontare fino in fondo i nodi strutturali della transizione. In gioco non c’è solo una data sul calendario, ma la capacità dell’Europa di guidare la decarbonizzazione dell’auto senza perdere terreno industriale e credibilità ambientale.

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