Da circa un anno il complesso forestale di Pratomagno Valdarno, in provincia di Arezzo, è entrato a far parte dell’autorevole sistema di certificazione FSC (Forest Stewardship Council), organizzazione non governativa internazionale che promuove una gestione “responsabile” delle foreste.
Per i consumatori è facile riconoscere se un prodotto proviene da un bosco certificato FSC: basta verificare se sull’etichetta o sulla confezione è presente il famoso marchio a forma di alberello.
Se c’è, vuol dire che il legno o la carta utilizzati per produrlo provengono da boschi gestiti secondo determinati standard ambientali, sociali ed economici, come la tutela della biodiversità, dei diritti dei lavoratori e delle comunità locali.
Il complesso forestale del Pratomagno — di proprietà della Regione Toscana e gestito dall’Unione dei Comuni del Pratomagno — ha dimostrato di essere in possesso di tali requisiti e ha così ottenuto la sua certificazione FSC.

Da sinistra: Alessandra Mariottini, tecnica forestale; Chiara Milanese, responsabile del servizio di certificazione dell’Unione dei Comuni del Pratomagno; Maria Rita Gallozzi, presidente di FSC Italia
La certificazione ha una durata complessiva di cinque anni e prevede un audit iniziale (un’ispezione completa che accerta la conformità agli standard menzionati sopra), seguito da quattro audit di sorveglianza a cadenza annuale. Queste cinque ispezioni sono effettuate dal “lead auditor”, il cui compito è verificare che i requisiti richiesti vengano rispettati e mantenuti nel tempo. Al termine dei cinque anni, l’intero processo di verifica ricomincia da capo.
Durante l’estate nel Pratomagno si è svolto il primo audit di sorveglianza, condotto da Maria Rita Gallozzi, presidente di FSC Italia e tra le più esperte lead auditor del settore. Ho seguito lei e Chiara Milanese, dottoressa forestale e responsabile della certificazione del Pratomagno, per vedere da vicino cosa accade durante uno di questi audit.

Un albero nell’Unione dei Comuni del Pratomagno sottoposto a cercinatura, una tecnica che consiste nell’incidere la corteccia di pochi alberi selezionati in virtù di determinate caratteristiche o della particolare posizione, con l’obiettivo di indurre una lenta decomposizione del tronco e dell’albero stesso. Questo processo favorisce la creazione, all’interno del legno, di microhabitat fondamentali per la sopravvivenza di insetti, uccelli e funghi
Nel corso delle sue ispezioni, l’auditor cammina tra i boschi, raccoglie dati e prende nota di tutti gli interventi effettuati, come i tagli degli alberi, la manutenzione delle strade e dei sentieri, nonché delle azioni intraprese a tutela della biodiversità, cioè l’insieme delle pratiche che mirano ad aumentare la varietà di specie e di habitat in una certa area.
Lungo il sentiero, l’auditor si confronta poi con gli operai forestali, fa domande sulle loro condizioni di lavoro, verifica l’uso dei dispositivi di protezione individuale (DPI) e controlla gli attrezzi impiegati per il taglio degli alberi. Si accerta che le infrastrutture presenti sul territorio, come i laghetti artificiali antincendio, siano conformi alla normativa.
Si assicura che venga rispettato il periodo di sospensione delle attività rumorose nel bosco, un arco di tempo generalmente compreso tra il 15 marzo e il 31 luglio, durante il quale è vietato eseguire lavori come il taglio con motosega, per non disturbare la fauna durante la nidificazione e la crescita dei cuccioli.
Infine, verifica che tutto ciò che accade nel bosco sia coerente con quanto previsto dal piano di gestione forestale, un documento tecnico obbligatorio per legge che raccoglie informazioni sulla struttura del bosco, le sue caratteristiche idrogeologiche, la flora e la fauna presenti al suo interno, la sua storia e molto altro.
Il piano di gestione è uno strumento fondamentale per pianificare uno sviluppo ottimale e sostenibile di un’area forestale. Nel caso del Pratomagno rivela che nel secondo dopoguerra in molte aree furono effettuati estesi rimboschimenti di pino nero, una specie non autoctona utilizzata per stabilizzare i suoli ed evitare erosione e smottamenti.
Il pino nero fu scelto per la sua resistenza e adattabilità, ma con il tempo questi popolamenti, troppo fitti e omogenei, hanno mostrato criticità legate a un alto rischio di incendi, di malattie e di crolli.
Oggi, grazie alle informazioni contenute nel piano di gestione, si è a conoscenza del fatto che molti di questi popolamenti forestali sono ormai alla fine del loro ciclo vitale lungo circa 90 anni e ora si punta a sostituirli gradualmente con latifoglie locali come castagno, rovere e acero.
Nonostante la loro importanza e obbligatorietà, i piani di gestione vengono presentati da una minima parte dei gestori forestali italiani. Secondo l’Inventario Nazionale delle Foreste (INFC2015), meno del 20% del patrimonio forestale italiano è gestito con un piano, adottato quasi sempre da enti pubblici e più raramente da privati.
I dati più recenti, aggiornati al 2022, evidenziano forti differenze tra le regioni: in Trentino Alto Adige, nella sola provincia autonoma di Trento, per esempio, ne risultano 457, nelle Marche 3 e in Abruzzo soltanto uno. Di alcune regioni, come Campania, Puglia e Toscana, non ci sono dati disponibili.

Da sinistra: Maria Rita Gallozzi, presidente di FSC Italia; Chiara Milanese, responsabile del servizio di certificazione dell’Unione dei Comuni del Pratomagno; Alessandra Mariottini, tecnica forestale
«In Italia solo il 18-20% del territorio forestale è coperto da una pianificazione forestale, un dato sorprendentemente basso, se si considera quante superfici vengono comunque sottoposte a interventi di gestione», afferma Maria Rita Gallozzi. «A influire su questa situazione sono almeno due fattori: da un lato si tratta di una questione culturale più profonda, vale a dire la scarsa percezione del legno come risorsa economica, soprattutto in Centro Italia. Non si investono risorse finanziarie per la realizzazione dei piani (che devono essere redatti da professionisti forestali o agronomi con investimenti in denaro non trascurabili). L’altro fattore è la lentezza di molti uffici regionali nell’approvare i Piani di Gestione presentati dai vari proprietari forestali (ci sono piani “fermi” negli uffici tecnici che sono stati depositati 7-8 anni fa). Eppure, senza una corretta pianificazione, anche gli interventi più ambiziosi rischiano di risultare inefficaci. È per questo che, prima ancora di piantare nuovi boschi destinati poi all’abbandono, come spesso accade, dovremmo investire più risorse nella gestione sostenibile di quelli che già esistono».
Giornalista. Scrive principalmente di clima e diritti delle donne. Le storie che preferisce raccontare riguardano attivisti e attiviste che difendono territori e comunità.
