Per capire quanto sia fragile il nostro futuro bisognerebbe guardare con più attenzione agli oceani anche se sono lontani da noi perché tutto ciò che accade nelle loro profondità finisce inevitabilmente per riguardarci. Coprono il 71% della superficie del pianeta, assorbono enormi quantità di calore proveniente dal Sole e, attraverso le correnti, contribuiscono a regolare il clima globale. Sono una gigantesca infrastruttura naturale che rende possibile la vita così come la conosciamo. Per questo, quando gli oceani cambiano, cambia anche il mondo.
È da questa consapevolezza che prende forma Noi siamo mare. Il futuro degli oceani, il nuovo libro della biologa marina, giornalista della BBC, surfista e apneista Helen Scales, pubblicato in Italia da Neri Pozza nella traduzione di Annalisa Di Liddo.

Frutto di oltre vent’anni di ricerche, esplorazioni e osservazioni sul campo, il volume affronta una delle questioni decisive del nostro tempo: che cosa sta accadendo agli ecosistemi marini nell’epoca dell’Antropocene e quali trasformazioni potrebbero accompagnarci fino al XXII secolo. Scales sceglie però una strada diversa rispetto a quella percorsa da molta divulgazione ambientale contemporanea. Non costruisce un catalogo di catastrofi e nemmeno una semplice denuncia. Preferisce raccontare il mare come un organismo vivo, dinamico e in continua trasformazione, attraversando milioni di anni di storia naturale per mostrare come le specie reagiscano in modi differenti alle pressioni esercitate dall’uomo.
Nelle sue pagine convivono storie di adattamento e storie di declino. Ci sono i pesci scorpione che hanno colonizzato i Caraibi e il granchio reale che ha esteso il proprio raggio d’azione fino al Mare di Barents. Ci sono i pinguini imperatore, la cui sopravvivenza dipende sempre più dalla tenuta dei ghiacci antartici, e lo squalo pinna bianca del reef, già protagonista di un drammatico arretramento numerico.
Animali, piante, microorganismi e habitat appaiono come i protagonisti di una narrazione corale. Non semplici elementi di un ecosistema, ma soggetti che reclamano attenzione e spazio in una vicenda che riguarda anche la specie umana.

Uno degli aspetti più interessanti del libro è il rifiuto di una visione paralizzante della crisi ambientale. Pur senza minimizzare la gravità delle minacce che incombono sugli oceani, Scales insiste sulla straordinaria capacità della vita marina di rigenerarsi quando le viene data l’opportunità di farlo. L’obiettivo, scrive l’autrice, non è riportare il mare a una condizione originaria ormai irraggiungibile. La sfida consiste piuttosto nell’immaginare e costruire oceani capaci di restare sani, produttivi e biologicamente ricchi anche in un mondo profondamente diverso da quello del passato. Una rinaturalizzazione che guarda avanti invece di inseguire nostalgicamente ciò che è stato.
La forza del libro risiede proprio in questo equilibrio tra rigore scientifico e capacità narrativa. Non a caso la critica internazionale ha accolto con favore il lavoro di Scales.
Per il Times, il volume è «un manifesto di speranza» che «fornisce risposte ai problemi globali e al tempo stesso ispira meraviglia per la maestosità che da sempre si cela sotto le onde».
Secondo il Times Literary Supplement, «Helen Scales bilancia con passione i cattivi presagi sul futuro con piccole pepite di speranza: il racconto degli interventi in sostegno delle foreste di kelp, per esempio, è di quelli che scaldano il cuore».
Per Publishers Weekly, invece, si tratta di «una descrizione onesta delle minacce che l’oceano deve affrontare e dei sacrifici necessari a proteggerlo».

Pubblicato lo scorso 8 giugno, in occasione della Giornata Mondiale degli Oceani, Noi siamo mare arriva in un momento in cui la crisi climatica, l’acidificazione delle acque, la perdita di biodiversità e il surriscaldamento degli ecosistemi marini occupano stabilmente il dibattito scientifico internazionale.
Eppure il messaggio finale del libro non è dominato dalla paura. Helen Scales invita il lettore a riconoscere un legame spesso dimenticato: quello che unisce il destino delle persone a quello dell’oceano. Perché il mare non è soltanto un ambiente da proteggere. È una parte essenziale della nostra storia biologica e del nostro futuro. Ed è forse proprio per questo che la frase che attraversa l’intero libro finisce per assumere il valore di una dichiarazione identitaria oltre che ecologica: «siamo tutti persone dell’oceano».

 

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