Visti singolarmente, uno ad uno, sono piccoli impianti distribuiti tra abitazioni, aziende e comunità. Considerati insieme, raccontano però una capacità energetica tutt’altro che marginale: i quasi 2,2 milioni di impianti fotovoltaici italiani sotto 1 MW possono produrre complessivamente circa 33 TWh di elettricità all’anno, pari a quasi il 10% del fabbisogno annuale della rete nazionale. Se fossero considerati come un’unica fonte, questi impianti rappresenterebbero la seconda forza energetica rinnovabile del Paese dopo l’idroelettrico, davanti all’eolico, che produce circa 22 TWh l’anno, e alle bioenergie, ferme a circa 18 TWh.
È da questa massa di piccoli produttori che parte un nuovo progetto promosso dal Centro per le Comunità Solari insieme a Società Italiana di Medicina Ambientale (Sima), Solar Info Community (SIC) e Consumerismo No Profit. L’obiettivo non è soltanto misurare quanta energia viene prodotta e condivisa, ma capire che cosa succede quando quei dati diventano visibili alle persone.

«Sempre più cittadini e imprese producono e condividono energia attraverso piccoli impianti rinnovabili. Ma cosa accade quando questa condivisione, normalmente invisibile ai cittadini, diventa misurabile e comprensibile? Può modificare il modo in cui utilizziamo l’energia? E quali ricadute può avere sul benessere delle persone? Il progetto potrà contare su un’infrastruttura digitale già operativa. Attraverso 500 smart meter installati in Italia saranno raccolti i dati dai contatori di consumo e produzione attraverso onde convogliate e connessioni Wi-Fi. Ogni 15 minuti migliaia di dati confluiranno nei server della piattaforma dove produzione e consumo vengono messi in relazione e l’energia condivisa viene contabilizzata. La rete comprende attualmente 42 sezioni di autoconsumo collettivo, 500 famiglie e 90 imprese», spiegano da Sima.

La piattaforma mette quindi in relazione produzione e consumi con una frequenza di 15 minuti, utilizzando i dati raccolti da 500 smart meter. La rete già attiva comprende 42 sezioni di autoconsumo collettivo, 500 famiglie e 90 imprese. Il progetto parte da una domanda che va oltre la dimensione tecnologica. Se l’energia prodotta e condivisa diventa un dato concreto, leggibile e comprensibile, quel dato può influenzare il modo in cui le persone consumano? E può modificare il rapporto con la comunità energetica alla quale partecipano?

«Abbiamo trasformato centinaia di contatori distribuiti sul territorio nei punti di una rete digitale. La condivisione è un fenomeno energetico, ma può diventare anche un fatto sociale. Capire se e in quale misura questo avvenga è una nuova domanda di ricerca», spiega Leonardo Setti dell’Università di Bologna, presidente del Centro per le Comunità Solari.
È proprio la dimensione comportamentale il passaggio successivo dell’iniziativa. Non basta sapere quanta energia viene prodotta o condivisa: il progetto vuole verificare che effetto abbia rendere queste informazioni accessibili a chi quella rete la utilizza.

«Il passo successivo è comprendere che cosa significa questa informazione per le persone. Rendere visibile l’energia condivisa può aiutare il cittadino a modificare i propri consumi, ma vogliamo capire anche come viene percepita la partecipazione a una comunità e quali condizioni siano necessarie perché tecnologia e digitalizzazione producano benefici realmente accessibili e comprensibili», commenta Marinella Michelato, ceo di Solar Info Community Srl Società Benefit.

 

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