Per decenni hanno costruito la loro ricchezza sull’estrazione e sull’esportazione di petrolio e gas. Adesso Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Oman e Qatar stanno investendo anche in un’altra materia prima energetica, che non si trova sottoterra ma può essere prodotta utilizzando elettricità rinnovabile: l’idrogeno verde. Secondo le stime degli analisti di Global Hydrogen Hub, gli investimenti complessivi dei quattro Paesi del Golfo superano gli 11 miliardi di dollari, pari a circa 9,45 miliardi di euro. Una cifra superiore ai circa 7 miliardi di dollari investiti complessivamente da Giappone e Corea del Sud.

La corsa globale, però, è guidata da altri. L’India ha destinato al settore circa 14 miliardi di dollari, mentre gli investimenti europei superano i 18 miliardi. Al primo posto c’è la Cina, con 34 miliardi di dollari, quasi il doppio rispetto all’Europa, seguita dagli Stati Uniti con circa 23 miliardi. La distanza tra le diverse aree del mondo non riguarda soltanto la quantità di risorse messe in campo. A pesare è soprattutto il costo di produzione. In Europa, secondo le stime riportate da Global Hydrogen Hub, un chilogrammo di idrogeno verde costa oggi circa 9 euro, contro gli 0,70 euro al chilogrammo delle alternative di origine fossile. Un divario di prezzo di circa dodici volte, che rende difficile la diffusione dell’idrogeno rinnovabile nei settori industriali e nei trasporti dove dovrebbe contribuire alla decarbonizzazione. In Cina e in Arabia Saudita, invece, il costo dell’idrogeno verde è già stimato tra 3 e 5 euro al chilogrammo. A fare la differenza sono soprattutto il costo dell’energia, il sostegno pubblico e politiche industriali più aggressive.

Il problema europeo, quindi, non è soltanto tecnologico. Global Hydrogen Hub richiama fattori più strutturali, come decenni di investimenti insufficienti e prezzi dell’energia più elevati rispetto ad altre aree del mondo. Senza interventi capaci di ridurre questo divario, l’adozione dell’idrogeno verde in Europa rischia di rallentare ulteriormente. Per i Paesi del Golfo, invece, l’idrogeno rappresenta anche qualcosa di diverso da una nuova tecnologia energetica. «Gli investimenti dei paesi del Golfo sull’idrogeno stanno diventando uno strumento importante di strategia economica e influenza geopolitica», osservano gli analisti di Global Hydrogen Hub. Arabia Saudita, Emirati, Oman e Qatar stanno mobilitando anche i propri fondi sovrani per ritagliarsi uno spazio nell’economia mondiale dell’idrogeno. Il progetto comprende la realizzazione di grandi siti produttivi, lo sviluppo della produzione di elettrolizzatori, il coinvolgimento dei campioni energetici nazionali e la costruzione di future filiere di esportazione. La strategia punta, in altre parole, a non arrivare tardi nel nuovo mercato energetico. Paesi che hanno costruito la loro posizione internazionale sull’esportazione di combustibili fossili stanno cercando di posizionarsi anche nella «economia mondiale emergente dell’idrogeno», con l’obiettivo di trasformare disponibilità di capitale, infrastrutture energetiche e bassi costi di produzione in un nuovo vantaggio competitivo.

Anche in Italia la filiera continua a muovere i primi passi. Lo scorso giugno la Regione Siciliana ha dato il via libera all’installazione del primo impianto per la produzione di idrogeno verde dell’isola. Sorgerà nell’agglomerato industriale di Giammoro, nel Comune di Pace del Mela, nel Messinese, e sarà gestito da Duferco Energia Spa, capofila del progetto. La partita dell’idrogeno, insomma, non si giocherà soltanto sulla capacità di produrlo. A determinare chi riuscirà a trasformarlo in un mercato reale saranno i costi dell’elettricità, gli investimenti pubblici e privati, la capacità industriale e la costruzione delle infrastrutture necessarie per utilizzarlo e trasportarlo. Per l’Europa la sfida è particolarmente complessa e delicata. Gli investimenti sono già consistenti, ma il prezzo dell’idrogeno verde resta oggi molto più alto rispetto alle alternative fossili e rispetto a quello raggiunto dai principali concorrenti internazionali. Mentre la Cina consolida il proprio vantaggio e i Paesi del Golfo utilizzano l’idrogeno anche come leva di riposizionamento geopolitico, il rischio europeo è che la tecnologia ci sia, ma che manchino ancora le condizioni economiche per trasformarla in un mercato su larga scala.

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