La panchina che non permette di sdraiarsi, il quartiere popolare trasformato in vetrina immobiliare, il murale che sostituisce il conflitto sociale con una patina di decoro. È da dettagli apparentemente marginali che Giovanni Semi costruisce la sua analisi sulle trasformazioni urbane contemporanee.
Nel suo nuovo libro È il capitalismo. bellezza! (Einaudi), il sociologo torinese torna a interrogare il rapporto tra città, potere ed esclusione, concentrandosi sull’estetizzazione della realtà, un fenomeno che attraversa ormai ogni ambito della vita quotidiana. Si tratta di una dinamica, infatti, che non riguarda soltanto l’architettura o il design, ma investe la politica, i consumi, i social network e il modo stesso in cui le persone costruiscono la propria identità.
Semi sviluppa le sue riflessioni, spesso caustiche, dalla tesi secondo cui la bellezza è diventata uno dei principali motori del capitalismo contemporaneo. Dalle case agli spazi pubblici, dai luoghi del turismo ai ristoranti, tutto viene progettato per apparire desiderabile, fotografabile, condivisibile. Ma dietro questa ricerca incessante del bello si nascondono costi sociali che raramente entrano nel racconto dominante.
A pagarli, osserva Semi, sono spesso coloro che non riescono ad adeguarsi ai nuovi standard estetici delle città: gli abitanti espulsi dai quartieri riqualificati, chi perde accesso agli spazi pubblici, chi non può permettersi i nuovi prezzi imposti dalla valorizzazione urbana.
Il libro descrive una società in cui l’immagine ha progressivamente sostituito altre forme di rappresentazione della realtà. Le esperienze quotidiane vengono costruite e consumate anche in funzione della loro capacità di essere raccontate e mostrate. Case, oggetti, locali e quartieri diventano elementi di una scenografia permanente che contribuisce a definire status sociale e appartenenza. Secondo Semi, questa trasformazione ha accompagnato un cambiamento più profondo: la progressiva scomparsa del futuro come spazio di conflitto, immaginazione e cambiamento collettivo. Le città diventano così il luogo privilegiato per osservare tale mutazione.
Il sociologo ci accompagna attraverso una geografia urbana ormai familiare, fatta di quartieri progettati per attrarre grandi investitori, centri storici svuotati dei residenti, periferie raccontate come territori da “civilizzare” attraverso operazioni di marketing urbano e design. Luoghi sempre più simili a rendering perfetti e sempre meno a spazi vissuti.
Tra i passaggi più significativi del volume una riflessione sulla progressiva riduzione degli spazi pubblici. Semi scrive: «In tutto il mondo è in corso un processo di riduzione degli spazi pubblici, con tecnologie di controllo sempre più raffinate e invisibili, legittimate da retoriche di difesa della comunità contro minacce terroristiche diffuse».
Semi si sofferma anche sul concetto di “design ostile” o di “architettura ostile” o “escludente”, ovvero su tutti quegli oggetti e spazi urbani progettati per scoraggiare determinati usi e allontanare specifiche fette di popolazione. Come scrive, «l’obiettivo principale è imporre l’ordine, la sicurezza e il decoro urbano attraverso l’esclusione».
La forza del libro sta proprio nella capacità di mostrare come molte trasformazioni considerate naturali o inevitabili siano invece il risultato di precise scelte politiche, economiche e culturali. La bellezza, suggerisce Semi, non è mai neutrale. Può essere uno strumento di inclusione, ma anche un dispositivo di selezione sociale.
Per diversi aspetti il volume dialoga con un altro saggio uscito recentemente, La città è di tutti di Elena Granata. Anche Granata mette infatti in discussione la progressiva privatizzazione dello spazio urbano, evidenziando come attività un tempo liberamente accessibili — sostare, muoversi, praticare sport o vivere la natura — siano sempre più spesso subordinate a logiche di consumo.
Più che una denuncia, quello di Semi – che da anni studia trasformazioni urbane, migrazioni e mutamenti sociali – è un esercizio di smontaggio critico. Attraverso esempi concreti e una scrittura tagliente, il sociologo mostra come il “bello” sia diventato una categoria politica ed economica capace di ridefinire città, relazioni sociali e diritti.
Il risultato è una lettura che va oltre l’urbanistica. È un’indagine sul presente e sui meccanismi con cui il capitalismo contemporaneo costruisce consenso, desiderio e appartenenza. E che pone una domanda difficile da eludere: chi decide cosa è bello e, soprattutto, chi resta fuori da quella definizione?
