C’è una frase implicita che attraversa le città contemporanee: se non consumi, resti ai margini. Non è uno slogan dichiarato, ma un meccanismo quotidiano che regola accessi, tempi e possibilità. Da qui parte Elena Granata nel suo nuovo e molto atteso libro, La città è di tutti. Ciò che ha valore non ha prezzo, pubblicato da Einaudi e in tutte le librerie fisiche e digitali a partire da domani. È un testo – come ci ha abituati Granata – che si muove tra analisi e proposta, mettendo in discussione l’idea stessa di spazio urbano come luogo progressivamente privatizzato. Pagare per sostare, per muoversi, per fare sport, per accedere alla natura: ciò che un tempo era implicito nello spazio pubblico diventa sempre più spesso mediato dal consumo. Sedersi all’ombra, bere da una fontana, giocare in un cortile sono riti sociali che non scompaiono, ma si rarefanno.

Il libro arriva a tre anni da Il senso delle donne per la città e prosegue una riflessione ormai consolidata e sostenuta con convinzione e tenacia. Granata non costruisce una teoria astratta, ma osserva segnali già presenti e li ricompone in una possibile traiettoria.
Condivisione invece di possesso, uso invece di proprietà, tempo liberato come valore. Cambia anche il significato dell’abitare, che non coincide più solo con la casa, ma con la qualità delle relazioni e degli spazi condivisi.
«Sento soprattutto nelle nuove generazioni, un desiderio di una vita diversa, di una vita buona, meno conflittuale e più collaborativa, capace di sintonizzarsi con i bisogni interiori e al contempo di ascoltare il mondo e le sue attese di cambiamento. Questa spinta e questo desiderio hanno bisogno di un’altra idea di città», annota nel suo nuovo lavoro.

Il racconto si costruisce a partire da elementi concreti: la crescita dei beni condivisi, la riscoperta dell’acqua come infrastruttura viva del paesaggio urbano, l’attenzione a dimensioni trascurate come il buio e il ciclo giorno-notte, nuovi modi di abitare fondati sulla comunità. Non sono visioni lontane, ma frammenti già attivi, che indicano una direzione possibile.
Già nelle prime pagine, Granata propone una chiave di lettura che attraversa tutto il libro: lo spazio urbano come sistema narrativo.
«Se i luoghi potessero parlare, ne avrebbero di storie da raccontare», scrive. «Ogni luogo è il nodo di un ipertesto vivente che parla a chi lo sa ascoltare. In modi diversi le città europee raccontano una storia comune che nasce da cinque ispirazioni fondamentali: che la natura è di tutti, che i cittadini condividono un diritto alla salute, che lo spazio educa, che lo spazio pubblico ci fa cittadini, che il welfare (il benessere individuale e collettivo) è la forma spaziale della giustizia urbana».
È una visione, quella abbracciata dalla professoressa di Urbanistica del Dipartimento ABC del Politecnico di Milano e vicepresidente della Scuola di Economia Civile, che lega ambiente, diritti e forma urbana, senza separarli.

Elena Granata (Foto: Centro Culturale di Milano)

Elena Granata (Foto: Centro Culturale di Milano)

Il passaggio più netto riguarda il ruolo dell’urbanistica che Granata considera non tecnica neutra, ma campo politico e culturale. «A differenza delle scienze esatte, che cercano le leggi universali, o delle arti, che cercano l’espressione individuale – scrive ne La città è di tutti – l’urbanistica cerca una giustizia visibile, quotidiana, che si misura nelle metriche e nelle distanze: tra casa e scuola, nella qualità del trasporto, nell’accesso al verde, nella dignità dei luoghi. Da qui la sua natura profondamente politica: l’urbanistica non governa le persone, governa con le persone, gli spazi entro cui possiamo incontrarci, riconoscerci, vivere meglio. Per questo è civile: perché appartiene al campo dell’etica pubblica, della vita comune. Lasciatemelo dire anche in un altro modo: l’urbanistica non è mai soltanto una tecnica. È arte, visione, immaginazione, strategia, sentimento».
Qui si concentra uno dei nuclei più forti del libro: la città non come oggetto da amministrare, ma come processo condiviso.

Il volume nasce da anni di ricerca e si propone come base per un lavoro più ampio, quasi un cantiere collettivo. L’obiettivo dell’autrice non è offrire soluzioni definitive, ma costruire una contro-narrazione credibile: una città in cui ciò che ha valore non coincide necessariamente con ciò che ha un prezzo. Il punto non è negare il mercato, ma ridisegnarne i confini. Restituire spazio a ciò che non si compra – relazioni, tempo, accesso – diventa una scelta progettuale, ancorché politica.

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