Aprire un armadio significa entrare, senza saperlo, dentro una filiera globale. Dietro una T-shirt, un paio di jeans o un abito ci sono materiali, acqua, energia, lavoro, trasporti, strategie commerciali e una quantità di risorse che raramente associamo a ciò che indossiamo. È da questa distanza tra l’oggetto quotidiano e ciò che lo rende possibile che Caterina Moro parte per costruire Green dressing. Moda, sostenibilità, responsabilità, in uscita il 28 agosto 2026 per Il Mulino.
Fashion designer e imprenditrice, Moro non propone un nuovo manuale per acquistare in modo “giusto”. Il suo libro prova piuttosto a mettere ordine in un settore attraversato da contraddizioni, promesse di sostenibilità e trasformazioni ancora incomplete. E suggerisce di spostare la domanda: non tanto quale sia il vestito più sostenibile, ma chi sia responsabile delle conseguenze del modo in cui produciamo e consumiamo moda.

Il punto di partenza è tutt’altro che marginale. L’industria della moda genera circa il 10% delle emissioni globali di CO₂, una quota superiore a quella attribuita complessivamente al trasporto aereo e marittimo. La produzione tessile contribuisce inoltre per circa il 20% all’inquinamento delle acque, soprattutto attraverso i processi di tintura, mentre ogni anno circa mezzo milione di tonnellate di microplastiche raggiunge i mari. Numeri che rendono difficile raccontare la moda soltanto attraverso il linguaggio dello stile o dell’innovazione. Il problema riguarda il funzionamento stesso della filiera: quantità prodotte, materie prime, durata dei capi, processi industriali, distribuzione e gestione dell’invenduto e dei rifiuti.
Anche la fase successiva all’acquisto presenta il suo conto. Il lavaggio dei tessuti sintetici contribuisce alla dispersione di microplastiche e ciò che esce rapidamente dal nostro guardaroba può trasformarsi in rifiuto tessile destinato a percorrere migliaia di chilometri.

Esiste un tessuto che possa salvare tutto? No, ed è proprio qui che il libro evita una delle scorciatoie più frequenti del dibattito sulla moda sostenibile: l’idea che basti sostituire un materiale con un altro o scegliere il marchio “giusto”. Non esiste, infatti, un tessuto perfetto. E nemmeno un brand in grado, da solo, di risolvere le contraddizioni di un’industria complessa. Anche una scelta apparentemente virtuosa può avere conseguenze meno evidenti quando viene osservata lungo l’intero ciclo di vita del prodotto.
Moro ricostruisce così le principali criticità del settore, ma guarda anche alle risposte che stanno arrivando dalle imprese, alle nuove regolamentazioni internazionali e alle alternative che si stanno sviluppando nella produzione e nel consumo. La sostenibilità, nella prospettiva del libro, smette quindi di essere una caratteristica da applicare a un prodotto e diventa una questione che coinvolge designer, aziende, istituzioni e consumatori.

Dalla sostenibilità alla responsabilità: è forse questo il passaggio più interessante di Green dressing. Il termine “sostenibilità” rischia di diventare un’etichetta generica, buona per descrivere materiali, collezioni e campagne di comunicazione molto diverse tra loro. La responsabilità, invece, obbliga a guardare alle conseguenze delle decisioni. Per chi progetta significa interrogarsi sui materiali, sulla durata e sulla possibilità di recuperare ciò che viene prodotto. Per i brand significa ripensare processi, volumi e modelli commerciali. Per le istituzioni significa costruire regole capaci di incidere sulla filiera. Per chi acquista significa considerare anche ciò che precede e segue il momento dell’acquisto.
Il libro non promette quindi una risposta definitiva alla domanda su come vestirsi in modo sostenibile. Propone piuttosto gli strumenti per formulare domande più precise e costruire un punto di vista meno dipendente dalle semplificazioni del marketing.
Un approccio che nasce anche dall’esperienza professionale dell’autrice. Caterina Moro vive a Roma ed è entrata nel mondo della moda nel 2015, debuttando con il suo brand alla Fashion Graduate Italia Week 2017. Fin dagli inizi ha lavorato sulla ricerca di materiali sostenibili, sull’artigianalità e sulle tecniche innovative, collaborando negli anni a progetti dedicati alla moda sostenibile come Blue Italy Bio Project, alla ricerca sulla seta sostenibile di Ratti e al progetto Wastemark.

Alla fine, la domanda torna inevitabilmente davanti all’armadio. Non soltanto cosa indossiamo, ma quanto sappiamo di ciò che stiamo indossando e quali responsabilità siamo disposti ad assumerci per produrlo, venderlo e comprarlo.

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