È una delle partite ambientali più importanti del nostro tempo quella che si gioca sotto la superficie del mare. L’8 giugno, in occasione della Giornata mondiale degli Oceani istituita dalle Nazioni Unite nel 2008, torna al centro del dibattito il ruolo di ecosistemi che coprono oltre il 70% della superficie terrestre, producono almeno il 50% dell’ossigeno che respiriamo e rappresentano la principale fonte di proteine per più di un miliardo di persone nel mondo.
Una ricorrenza che quest’anno – grazie al WWF – accende i riflettori soprattutto sul Mediterraneo, un mare piccolo nelle dimensioni ma straordinariamente ricco dal punto di vista biologico. Pur rappresentando appena l’1% della superficie oceanica globale, ospita infatti il 18% delle specie marine conosciute.
Il suo mare aperto custodisce oltre 500 canyon sottomarini, montagne sommerse, corridoi migratori utilizzati da cetacei, squali, tonni e numerose altre specie. Un patrimonio naturale che raggiunge profondità di circa 5.000 metri e che svolge un ruolo essenziale nella regolazione degli equilibri ecologici e climatici.
La ricchezza biologica del Mare Nostrum convive però con pressioni crescenti. Secondo il rapporto del WWF “SOS Mare Fuori. Minacce e soluzioni per la tutela del mare aperto”, il 52% degli stock ittici del Mediterraneo viene sfruttato a un ritmo superiore alla propria capacità di riproduzione. A questo si aggiunge il peso del traffico marittimo internazionale. Attraverso il Mediterraneo transita infatti tra il 15% e il 20% del traffico navale globale e circa il 10% del traffico mondiale di container, con conseguenze rilevanti sugli ecosistemi marini.
Da anni il WWF chiede interventi più incisivi per proteggere un capitale naturale che contribuisce alla sicurezza alimentare, sostiene attività economiche fondamentali e svolge una funzione cruciale nell’assorbimento della CO₂ e nella mitigazione dei cambiamenti climatici.
Tra le minacce emergenti figura l’estrazione mineraria dei fondali profondi, nota come Deep Sea Mining. Una pratica che punta a sfruttare le risorse minerarie presenti nelle grandi profondità marine e che suscita crescenti preoccupazioni nella comunità scientifica. Gli ecosistemi abissali restano infatti in larga parte inesplorati. Le attività estrattive potrebbero distruggere habitat unici, alterare processi biologici ancora poco conosciuti, sollevare enormi quantità di sedimenti e interferire con il ciclo del carbonio, con effetti potenzialmente globali. Per questo motivo il WWF chiede una moratoria internazionale immediata sull’estrazione mineraria dei fondali profondi e sollecita anche il governo italiano ad aderire formalmente a tale posizione, almeno fino a quando non saranno disponibili evidenze scientifiche sufficienti per valutare con precisione gli impatti ambientali.
Tra le novità più rilevanti degli ultimi mesi figura l’entrata in vigore, nel gennaio 2026, del Trattato sull’Alto Mare, noto come BBNJ (Biodiversity Beyond National Jurisdiction), uno degli accordi internazionali più importanti degli ultimi anni per la tutela degli oceani. L’intesa punta a rafforzare la protezione della biodiversità marina nelle aree situate oltre le giurisdizioni nazionali, favorendo una maggiore cooperazione tra gli Stati. Tra gli strumenti previsti figurano la possibilità di istituire nuove aree marine protette in alto mare, il rafforzamento delle valutazioni ambientali sulle attività umane, una più stretta collaborazione tra governi e organizzazioni regionali e una gestione più efficace degli impatti cumulativi sugli ecosistemi marini.
Per analizzare le potenzialità dell’accordo nel bacino mediterraneo, la Mediterranean Marine Initiative ha pubblicato il rapporto “The Application of the High Seas Treaty (BBNJ) in the Mediterranean Sea”, diffuso in occasione della Giornata mondiale degli Oceani.
Secondo gli autori, il Trattato non introduce nuovi livelli burocratici, ma offre strumenti concreti per rendere più efficaci gli accordi già esistenti e migliorare la governance del mare.
Tutti i Paesi dell’Unione Europea affacciati sul Mediterraneo hanno già completato la ratifica, così come Marocco, Albania e Turchia. L’Italia resta tra le poche eccezioni.
Come sottolinea Giuseppe Di Carlo, direttore e CEO della WWF Mediterranean Marine Initiative: «Il Mediterraneo non ha bisogno di nuovi impegni, ma di strumenti più efficaci per dare attuazione a quelli già assunti. Il Trattato sull’Alto Mare offre proprio questo: un quadro pratico per migliorare la cooperazione nel nostro mare comune, colmare le lacune in materia di governance e trasformare le ambizioni in azioni concrete per il nostro mare condiviso».
La tutela del mare passa anche dalla partecipazione diretta delle comunità. Proprio in occasione della stagione estiva è stata rilanciata GenerAzione Mare, l’iniziativa promossa dal WWF nell’ambito della campagna Our Nature per coinvolgere cittadini, volontari e realtà locali nella salvaguardia del cosiddetto Capitale Blu. Le attività previste comprendono pulizie delle spiagge, monitoraggio dei rifiuti, recupero delle reti fantasma abbandonate sui fondali, programmi di educazione ambientale e iniziative dedicate alla tutela delle specie marine più vulnerabili. Particolare attenzione viene riservata alle tartarughe marine, attraverso il lavoro dei centri di recupero WWF e delle reti di volontari impegnate ogni anno nell’individuazione e nel monitoraggio dei nidi fino alla schiusa delle uova.
La Giornata mondiale degli Oceani ricorda così una realtà spesso invisibile agli occhi di chi vive sulla terraferma: la salute degli oceani non riguarda soltanto il mare. Coinvolge il clima, la biodiversità, l’alimentazione, l’economia e la qualità della vita di miliardi di persone. E il Mediterraneo, pur rappresentando una piccola porzione dell’immensità oceanica, resta uno dei luoghi in cui questa sfida si manifesta con maggiore evidenza.
