Per anni il cambiamento climatico è stato considerato soprattutto una questione ambientale. Oggi sta assumendo sempre più i contorni di una variabile economica destinata a incidere sulla competitività, sulla crescita e sulla tenuta del sistema produttivo. Secondo il rapporto “Il rischio climatico in Italia” realizzato da Deloitte con il contributo di esperti del Politecnico di Milano, dell’Università Ca’ Foscari, della Florence School of Regulation dell’European University Institute e di Ipsos-Doxa, il conto potrebbe diventare particolarmente pesante. Entro il 2050 il rischio climatico potrebbe infatti sottrarre fino al 6% del Pil nazionale, mentre i danni diretti alle infrastrutture sono stimati in circa 5 miliardi di euro all’anno. Numeri che fotografano una vulnerabilità crescente e che collocano l’Italia tra i Paesi europei maggiormente esposti agli effetti del riscaldamento globale.
La posizione geografica nel Mediterraneo rende infatti il Paese una delle aree in cui le conseguenze del cambiamento climatico stanno emergendo con maggiore rapidità. Le proiezioni citate nel rapporto indicano un aumento delle temperature superiore ai 2 gradi Celsius rispetto ai livelli preindustriali già nel corso del prossimo decennio.

«L’Italia è tra i Paesi europei in cui gli effetti del cambiamento climatico si manifestano più rapidamente», osserva Paolo D’Aprile, Sustainability Leader di Deloitte Central Mediterranean. «Le principali proiezioni indicano un aumento delle temperature superiore ai 2°C rispetto ai livelli preindustriali già nel prossimo decennio. Il cambiamento climatico produce già oggi perdite economiche rilevanti che si amplificheranno in futuro». L’impatto non riguarda soltanto eventi estremi, siccità o ondate di calore. Il rapporto evidenzia possibili ripercussioni sulla stabilità finanziaria del Paese, attraverso l’aumento del debito pubblico e dei costi di rifinanziamento, oltre a effetti diretti su alcuni dei comparti più importanti dell’economia nazionale. Tra questi figura il turismo, settore che rappresenta una delle principali risorse economiche italiane. Nelle ipotesi di maggiore incremento delle temperature, la domanda turistica potrebbe ridursi fino al 9%, generando perdite economiche stimate in circa 52 miliardi di euro.

Se il rischio cresce, la capacità di risposta delle imprese appare invece ancora limitata. L’indagine mette in evidenza come gran parte del tessuto produttivo italiano continui ad affrontare il tema con una prospettiva prevalentemente di breve periodo. L’83% delle piccole e medie imprese pianifica infatti i propri investimenti su orizzonti temporali non superiori ai cinque anni, una distanza che spesso non coincide con i tempi attraverso cui si manifestano i rischi climatici più rilevanti. Anche le strategie adottate mostrano una prevalenza di strumenti difensivi rispetto a interventi strutturali. Oltre la metà delle aziende, il 54%, individua nelle coperture assicurative la principale forma di protezione dagli eventi estremi.

Molto più contenuta risulta invece la quota di imprese che investe in azioni capaci di aumentare concretamente la resilienza operativa. Solo il 23% ha avviato interventi di adattamento delle infrastrutture, mentre appena il 20% ha introdotto sistemi dedicati al monitoraggio e alla valutazione del rischio climatico. I dati diventano ancora più significativi quando si osservano le misure di continuità operativa. Soltanto il 14% delle PMI ha sviluppato strumenti specifici per garantire la prosecuzione delle attività in caso di eventi climatici estremi, mentre appena un’impresa su dieci ha effettuato investimenti concreti per proteggere asset fisici e infrastrutture.

La distanza tra esposizione al rischio e preparazione appare dunque evidente. Il rapporto suggerisce che il cambiamento climatico non possa più essere considerato una variabile esterna alle strategie aziendali. La capacità di adattamento sta progressivamente diventando un fattore economico, industriale e competitivo al pari dell’innovazione tecnologica, dell’accesso al credito o della disponibilità di competenze. La sfida che emerge non riguarda soltanto la riduzione delle emissioni, ma la capacità del sistema economico di prepararsi a un futuro che, in parte, è già iniziato. Per l’Italia il tema non è più se gli effetti del cambiamento climatico avranno conseguenze economiche, ma quanto rapidamente imprese e istituzioni riusciranno ad attrezzarsi per limitarne i costi.

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