Ogni prodotto alimentare che non arriva al consumo porta con sé una lunga scia di risorse sprecate: acqua, energia, suolo, fertilizzanti, logistica e lavoro. Eppure il costo più evidente è spesso quello economico. Secondo le più recenti analisi di settore richiamate dal World Economic Forum, lo spreco alimentare assorbe oggi l’equivalente del 33% dei ricavi dell’intera catena di approvvigionamento del retail, dalla fase post-raccolta fino agli scaffali della distribuzione. Una perdita che continua a crescere. Le stime indicano infatti che il valore globale degli sprechi alimentari passerà dai 466 miliardi di euro del 2026 a circa 510 miliardi di euro entro il 2030. A trainare questo incremento saranno soprattutto i comparti della carne, dell’ortofrutta e dei prodotti da forno, tra i più esposti alle criticità legate a conservazione, logistica e gestione delle eccedenze.

La questione non riguarda soltanto la sostenibilità ambientale. Con una popolazione mondiale destinata ad avvicinarsi ai 10 miliardi di persone entro la metà del secolo, l’efficienza nell’utilizzo delle risorse disponibili diventa una variabile strategica tanto quanto la capacità di aumentare la produzione agricola.
Anche l’Europa guarda con crescente attenzione al fenomeno. Nel 2025 il Parlamento europeo ha approvato obiettivi vincolanti per la riduzione degli sprechi alimentari entro il 2030, chiedendo alle imprese di diminuire del 10% le perdite generate nelle attività di trasformazione e produzione rispetto alla media registrata nel periodo 2021-2023.
I numeri coinvolgono direttamente anche i consumatori. Secondo il Parlamento europeo, ogni cittadino dell’Unione produce mediamente 129 chilogrammi di rifiuti alimentari all’anno, contribuendo a un volume complessivo che sfiora i 60 milioni di tonnellate.

Una parte consistente delle perdite si genera però molto prima che il cibo raggiunga le case. Produzione, stoccaggio, trasporto e distribuzione rappresentano alcuni dei passaggi più critici della filiera. È proprio qui che stanno emergendo nuove soluzioni ispirate ai principi dell’economia circolare. Tra queste si sta affermando la cosiddetta mangimistica circolare, un sistema che consente di recuperare surplus produttivi ed ex-prodotti alimentari, trasformandoli in ingredienti destinati all’alimentazione animale anziché allo smaltimento. Un approccio che permette di prolungare il ciclo di vita delle risorse e di ridurre la quantità di materiale destinato a diventare rifiuto.
Tra le aziende attive in questo settore figura Regardia, realtà italiana fondata nel 1981 e specializzata nel recupero e nella valorizzazione delle eccedenze alimentari. L’azienda trasforma sottoprodotti e surplus dell’industria agroalimentare in ingredienti per mangimi zootecnici e matrici destinate alla produzione di bioenergia.
Secondo Paolo Fabbricatore, Group CEO di Regardia, la sfida consiste nel riconoscere il valore ancora presente in prodotti che conservano caratteristiche nutrizionali utilizzabili. Una visione che considera la circolarità non soltanto come una risposta ambientale, ma anche come uno strumento capace di aumentare l’efficienza economica delle filiere.

Parallelamente cresce il recupero energetico degli scarti attraverso la produzione di biogas e bioenergie, contribuendo a ridurre ulteriormente il ricorso a discariche e impianti di smaltimento tradizionali. L’innovazione passa anche dalla digitalizzazione. Sistemi di analisi predittiva, piattaforme di monitoraggio e algoritmi avanzati consentono oggi di pianificare con maggiore precisione produzione, stoccaggio e distribuzione, riducendo il rischio di eccedenze e invenduti. A questi strumenti si affiancano soluzioni di packaging intelligente in grado di monitorare la freschezza degli alimenti e di ottimizzarne la conservazione durante il trasporto e la permanenza sugli scaffali.

Un altro fronte riguarda il recupero dell’ortofrutta fuori standard. Sempre più prodotti esclusi dai canali commerciali per ragioni esclusivamente estetiche vengono destinati all’industria della trasformazione, evitando che una parte significativa del raccolto venga scartata ancora prima di lasciare i campi.
La portata del problema assume un significato ancora più rilevante se confrontata con la situazione alimentare globale. Oggi oltre 670 milioni di persone nel mondo soffrono ancora la fame. Ridurre gli sprechi significa quindi non solo limitare gli impatti ambientali e migliorare l’efficienza economica, ma anche intervenire su uno degli squilibri più evidenti del sistema alimentare contemporaneo.

La sfida dei prossimi anni si giocherà proprio su questo terreno: trasformare ciò che oggi viene considerato una perdita in una risorsa da recuperare, valorizzare e reinserire nel ciclo produttivo. Non soltanto per ragioni ambientali, ma per rendere più resiliente e sostenibile l’intera filiera agroalimentare. Anche il recupero dell’ortofrutta fuori standard sta guadagnando terreno. Prodotti esclusi dal mercato per motivi puramente estetici vengono sempre più spesso reindirizzati verso l’industria della trasformazione, evitando che una quota significativa del raccolto venga persa direttamente nei campi.

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