Proteggere la natura non significa soltanto ampliare le aree tutelate o fissare nuovi traguardi, ma intervenire sulle attività economiche che alimentano il degrado, integrare la biodiversità nelle politiche pubbliche e garantire risorse sufficienti per ripristinare gli ecosistemi. Sono le priorità indicate dal WWF all’apertura della COP17 sulla biodiversità, in corso a Yerevan, in Armenia, dal 19 al 30 ottobre.
La conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sulla diversità biologica (CBD) è il primo appuntamento globale per verificare i progressi del Quadro globale per la biodiversità di Kunming-Montreal, adottato nel 2022. Secondo il WWF, il bilancio è ancora insoddisfacente: gli obiettivi raggiunti sono pochi, l’attuazione procede lentamente e le cause strutturali della perdita di natura restano in larga parte irrisolte. Per cambiare passo servono volontà politica, responsabilità condivise tra i diversi settori di governo e finanziamenti adeguati, come sottolinea anche una nuova analisi del Global Cooperation Institute commissionata dall’organizzazione.

COP17, The Leaders' Summit (Photo by the COP Presidency Team)

COP17, The Leaders’ Summit (Photo by the COP Presidency Team)

Il nodo è innanzitutto economico. Secondo l’IPBES, la piattaforma scientifica intergovernativa sulla biodiversità, gli attuali modelli produttivi generano danni alla natura, alle risorse idriche, alla salute e al clima. I costi ambientali che non vengono contabilizzati sono stimati tra 10.000 e 25.000 miliardi di dollari l’anno. Una cifra che richiama la necessità di riorientare investimenti e attività produttive, superando una logica che lascia fuori dai bilanci una parte rilevante dei costi ambientali.
La tutela della biodiversità, inoltre, non può essere delegata ai soli ministeri dell’Ambiente. Deve entrare nelle decisioni su agricoltura, energia, infrastrutture e finanza, con il coinvolgimento delle imprese, dei popoli indigeni, delle comunità locali e della società civile. Resta poi il problema delle risorse: secondo l’analisi citata dal WWF, il divario globale di finanziamento per la biodiversità è cresciuto dai 711 miliardi di dollari del 2020 a 1.317 miliardi nel 2026.

Tra gli obiettivi della COP17 c’è la definizione di un percorso credibile per arrivare entro il 2030 ad almeno 30 miliardi di dollari l’anno di finanziamenti internazionali per la biodiversità. La Dichiarazione di Yerevan, adottata il 16 ottobre durante il vertice dei leader, riconosce che le misure adottate finora non sono sufficienti. Per il WWF è un segnale politico rilevante, ma la sua portata dipenderà dalla capacità di tradurre il riconoscimento del problema in impegni verificabili e risorse concrete.

António Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite © Doping

António Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite © Doping

Per l’Italia, una delle priorità è dare piena attuazione alla Strategia nazionale per la biodiversità 2030, adottata nell’agosto 2023. Il relativo programma attuativo è stato approvato il 26 febbraio 2026, ma pochi mesi dopo è stata avviata una revisione, approvata dal Comitato di gestione il 12 ottobre. Una scelta che suscita le perplessità del WWF: secondo l’associazione, la priorità dovrebbe essere realizzare le 18 azioni e le 161 sotto-azioni già previste, assicurando risorse, responsabilità definite e coordinamento tra ministeri, Regioni, enti gestori delle aree protette e amministrazioni territoriali.
Un altro obiettivo ancora distante è il cosiddetto 30×30, che punta a proteggere entro il 2030 almeno il 30% delle superfici terrestri e marine. Secondo i dati ISPRA richiamati dal WWF, in Italia è tutelato il 21,7% del territorio terrestre, mentre le acque marine protette rappresentano l’11,6%. Il divario è particolarmente significativo in mare, dove occorre accelerare l’ampliamento delle aree protette e rafforzare le misure di conservazione.

Ma la superficie tutelata, da sola, non basta. Servono personale, finanziamenti stabili, piani di gestione aggiornati e controlli efficaci. Il risultato da misurare non è soltanto quanti chilometri quadrati rientrano nei confini di un’area protetta, ma se gli ecosistemi migliorano davvero e la biodiversità recupera.
Restano criticità anche sul Piano nazionale di ripristino della natura, previsto dal regolamento europeo 2024/1991. La bozza italiana, trasmessa alla Commissione europea il 25 settembre, presenta secondo il WWF lacune negli obiettivi quantitativi nazionali per i diversi ambiti d’intervento, nella definizione delle risorse finanziarie e nelle modalità di partecipazione. L’associazione segnala inoltre il rischio che le modifiche alla parte dedicata agli ecosistemi urbani indeboliscano la tutela della natura nelle città. Per rendere il Piano efficace, chiede obiettivi misurabili, finanziamenti adeguati e un coinvolgimento concreto dei soggetti interessati.

Invertire la perdita di biodiversità è ancora possibile. Il “Living Planet Report” del WWF ricorda che la natura può recuperare quando gli interventi sono efficaci. La questione, ora, è passare da iniziative frammentarie a politiche coordinate, capaci di agire sulle cause del degrado e produrre risultati misurabili. Con il 2030 sempre più vicino, la distanza tra gli obiettivi dichiarati e quelli realizzati resta la misura più concreta della sfida da affrontare.

Condividi

Articoli correlati