Nel 2008 la Environmental Investigation Agency (EIA) aveva pubblicato Environmental Crime – A Threat to Our Future, il primo studio a mettere in relazione i diversi tipi di reato ambientale e a chiedere una risposta globale coordinata. Il nuovo rapporto, Crimes that Affect the Environment – STILL a critical threat to our future, pubblicato a inizio settembre 2026, arriva a una conclusione netta: quell’appello è rimasto in larga parte inascoltato.
Justin Gosling, che dirige il programma di EIA dedicato alla giustizia penale in campo ambientale, spiega che i limiti individuati quasi vent’anni fa non sono stati superati: leggi ancora troppo disomogenee tra un Paese e l’altro, sanzioni che non agiscono da vero deterrente per chi delinque, scarsa collaborazione tra le autorità di Stati diversi e, soprattutto, la mancanza di una reale priorità politica sul tema. Nel frattempo molti dei danni provocati sono diventati sempre più difficili da riparare, quando non del tutto irreversibili.
L’aspetto più interessante del rapporto EIA sta nell’approccio: i diversi reati ambientali, insieme a fenomeni come riciclaggio di denaro e corruzione, non vengono trattati come episodi isolati o semplici lacune normative settoriali, ma come tasselli di una stessa rete criminale internazionale, che alimenta contemporaneamente cambiamento climatico, inquinamento e perdita di biodiversità.

Le foreste al centro della crisi
Tra le categorie analizzate, quella dei crimini forestali è tra le più preoccupanti. Il traffico di legname e le attività illecite nelle foreste fruttano alla criminalità fino a 100 miliardi di euro ogni anno, posizionandosi addirittura come il secondo (Fonte: Interpol) o il terzo (Fonte: Consiglio dell’Unione Europea) mercato illegale al mondo. Ancor oggi, il 15-30% del commercio mondiale di legname risulta provenire da illegalità o filiere poco trasparenti. Il taglio illegale, la trasformazione di aree boschive in altri usi del suolo e l’estrazione mineraria abusiva restano tra le cause principali della perdita di foreste e del degrado degli ecosistemi, favoriti spesso da corruzione locale e reti criminali strutturate.
Un elemento colpisce in particolare: le miniere illegali all’interno delle foreste sono ormai uno dei fattori di deforestazione in crescita più rapida, con effetti che si sommano come la contaminazione da mercurio dei corsi d’acqua e violenza verso le comunità che vivono di foresta. Non si tratta di un fenomeno isolato: il rapporto documenta intrecci simili anche nel commercio illegale di specie selvatiche – che riguarda circa 4.000 specie censite nei dati sul traffico tra il 2015 e il 2021 – e nella pesca illegale, che secondo le stime EIA vale fino a 23,5 miliardi di dollari l’anno e sottrae risorse agli Stati costieri, alimentando al contempo sfruttamento del lavoro e traffico di esseri umani.
Secondo Gosling, alla base di tutte queste forme di criminalità c’è sempre la stessa dinamica: i guadagni possibili sono di gran lunga superiori al rischio reale di essere fermati; la corruzione funziona da lubrificante del sistema; le filiere restano abbastanza opache da lasciar entrare materiali illegali nei mercati regolari; e strumenti internazionali già esistenti, come la Convenzione ONU contro la Criminalità Organizzata Transnazionale (UNTOC), continuano a essere sottoutilizzati rispetto alla gravità reale del fenomeno.

Non mancano gli strumenti, manca la volontà
Il passaggio più significativo del rapporto è, in fondo, politico più che tecnico: gli strumenti giuridici e i meccanismi di cooperazione internazionale necessari, si legge, esistono già. A mancare, semmai, sono la volontà concreta di applicarli, le risorse per farlo e un coordinamento efficace tra i diversi Paesi.
Le raccomandazioni finali vanno proprio in questa direzione, e si soffermano su punti come rendere operativa in modo più efficace la UNTOC, rafforzare l’applicazione transfrontaliera della legge e costruire il consenso politico necessario per trattare il crimine ambientale come la minaccia alla sicurezza globale che, di fatto, è sempre stata.

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