La siccità continuerà a essere affrontata soprattutto attraverso risposte nazionali. Almeno per altri due anni. È il principale nodo rimasto irrisolto alla COP17 contro la desertificazione, chiusa lo scorso 28 agosto a Ulaanbaatar, in Mongolia, senza un accordo tra le Parti sulla creazione di un meccanismo globale di coordinamento.
Un rinvio che pesa soprattutto perché non è il primo. Già alla COP16 di Riyad, due anni fa, i negoziati non erano riusciti a raggiungere un’intesa. Da circa un decennio, in particolare i Paesi africani chiedono una struttura internazionale capace di coordinare la prevenzione e la risposta alla siccità, fenomeno che attraversa confini, economie e sistemi agricoli. A Ulaanbaatar sono stati compiuti alcuni passi nella definizione dell’architettura del futuro meccanismo, ma la decisione politica è stata rinviata alla COP18, in programma in Egitto nel 2028.

© UNCCD/Kiara Worth
La conferenza, organizzata dalla UNCCD, la Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione, ha riunito delegati di 197 Paesi, tra capi di Stato, ministri, organizzazioni internazionali, comunità scientifica, banche, imprese, associazioni, comunità pastorali e popoli indigeni. La UNCCD, insieme alle Convenzioni delle Nazioni Unite sul clima e sulla biodiversità, fa parte del cosiddetto Rio Trio, nato dal Summit della Terra di Rio de Janeiro del 1992.
A ospitare i lavori è stata una delle aree del mondo che conosce direttamente il problema. La Mongolia, estesa su 1,56 milioni di chilometri quadrati, vede oltre tre quarti del proprio territorio interessato dal degrado del suolo. Una condizione che, su scala globale, ha dimensioni ancora più ampie. Secondo i monitoraggi della UNCCD, quasi il 40% delle terre emerse del pianeta risulta degradato. Su quasi 15 miliardi di ettari di superficie terrestre, almeno 5 miliardi hanno progressivamente perso parte della loro capacità di svolgere funzioni ecologiche, produttive e socioeconomiche. Erosione, perdita di sostanza organica e biodiversità, compattazione, contaminazione e salinizzazione sono alcune delle cause, insieme alla pressione esercitata dalle attività umane e agli effetti del riscaldamento globale. I Paesi si sono impegnati a ripristinare almeno un miliardo di ettari entro il 2030. Sul fronte della siccità, oggi più di 70 Paesi dispongono di piani nazionali, contro i soli tre del 2013. Il problema, però, riguarda la distanza tra i programmi e la loro effettiva capacità di incidere: finanziamenti e attuazione continuano a procedere più lentamente della crisi.
I fondi ci sono, ma non bastano
Se l’accordo politico sulla gestione globale della siccità è stato rinviato, dalla COP17 sono arrivate alcune novità sul fronte finanziario.
È stata lanciata la Drought Resilience Investment Facility, DRIF, con l’obiettivo di mobilitare 400 milioni di dollari di capitali pubblici e privati destinati alla sicurezza idrica, all’agricoltura sostenibile, al ripristino dei territori degradati e alle soluzioni basate sugli ecosistemi.
È stato inoltre annunciato un nuovo portafoglio di finanziamenti da 1,3 miliardi di dollari, che coinvolge 23 Paesi di cinque continenti e appartenenti a diverse fasce di reddito.
La distanza da colmare resta tuttavia molto ampia. Gli investimenti mondiali contro desertificazione e degrado del suolo superano oggi i 70 miliardi di dollari, mentre secondo quanto emerso durante la conferenza ne servirebbero oltre 350 miliardi entro il 2030: cinque volte tanto.
Nella plenaria conclusiva, il delegato dell’Unione europea Patrick Anthony Child ha richiamato proprio questa urgenza: «La siccità sta aumentando in frequenza, intensità e impatto in diverse regioni del mondo. Proseguire il confronto è importante, ma questo deve tradursi in azioni concrete. Auspichiamo che questo lavoro ci consenta di elaborare una risposta collettiva adeguata all’urgenza e alla portata della sfida».
FAO: le soluzioni esistono, ma vengono adottate troppo poco
A rendere ancora più evidente il problema della distanza tra conoscenza e azione è stata l’analisi presentata dalla FAO durante la COP17, insieme alle nuove linee guida elaborate con la UNCCD. Il degrado del suolo continua a peggiorare in molte aree del pianeta, mentre pratiche già sperimentate per prevenirlo e contrastarlo non vengono applicate con la velocità e la diffusione necessarie. L’analisi, basata su valutazioni regionali e subregionali realizzate in 75 Paesi, segnala un dato particolarmente significativo: oltre la metà delle valutazioni indica un livello di adozione delle pratiche di protezione e ripristino del suolo basso o molto basso. Il 58% registra inoltre un peggioramento rispetto al 2015, mentre soltanto il 10% segnala un miglioramento. Tra le pratiche considerate efficaci figurano la lavorazione ridotta del terreno, la gestione integrata dei nutrienti, la diversificazione delle colture, l’utilizzo di ammendanti organici e l’agroforestazione. Interventi che possono contribuire a ridurre la pressione sui suoli mantenendo o migliorando la produttività agricola.
«Oggi disponiamo di dati molto precisi sulle pratiche che possono proteggere e ripristinare i terreni ma non vengono ancora adottate con la rapidità e la portata necessarie – afferma la vicedirettrice generale della FAO, Beth Bechdol – la priorità ora è fornire conoscenze e incentivi per mettere in pratica queste soluzioni».

© UNCCD/Kiara Worth
L’erosione resta la minaccia più grave per la salute del suolo. L’81% delle valutazioni sulla sua gestione viene giudicato scarso o pessimo e il 65% segnala un peggioramento costante del fenomeno dal 2015. Anche la gestione dei nutrienti presenta criticità che variano da territorio a territorio, tra uso eccessivo e progressivo impoverimento dei terreni.
La FAO indica cinque priorità: rafforzare la governance, investire nella formazione, migliorare il monitoraggio e la disponibilità dei dati, potenziare gli incentivi sostenibili e rendere più inclusivi i processi decisionali. Ai decisori politici viene chiesto di considerare i suoli sani non come una variabile secondaria delle politiche ambientali, ma come una risorsa strategica. Al centro restano anche i terreni agricoli, la prevenzione del degrado, il ripristino delle aree compromesse e una gestione integrata dei paesaggi.
La COP17 si chiude quindi con qualche nuovo strumento finanziario, progressi tecnici e una quantità crescente di conoscenze su ciò che sarebbe necessario fare. Ma senza l’accordo sul coordinamento globale della risposta alla siccità, la questione centrale resta aperta. Le soluzioni, almeno in parte, sono già disponibili. I fondi restano insufficienti e la loro mobilitazione procede lentamente. Le politiche di protezione del suolo esistono, ma la loro applicazione non tiene il passo con il degrado. La prossima tappa negoziale è fissata per il 2028. Per la siccità e per i suoli degradati, invece, il calendario continua a scorrere senza rinvii.
