Il 2025 è stato il quarto anno più caldo mai registrato in Italia dal 1961. La temperatura media nazionale ha superato di 1,03 °C il valore del periodo climatico di riferimento 1991-2020, confermando una tendenza ormai consolidata. A evidenziarlo è un’analisi del Centro Studi sul Cambiamento Climatico (CSCC) di Greenway ed Ecogest, elaborata sulla base dei dati del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA) 2026, del Dipartimento della Protezione Civile e delle ARPA regionali.
Lo studio individua quattro dinamiche ormai strutturali: il riscaldamento interessa in modo uniforme l’intero Paese; la siccità continua a colpire soprattutto il Mezzogiorno, alternandosi però a precipitazioni sempre più intense; il Nord mantiene una maggiore disponibilità idrica media, ma resta vulnerabile agli eventi alluvionali; il progressivo riscaldamento del Mediterraneo sta trasformando le aree costiere in uno dei fronti più esposti della crisi climatica.
«I dati raccontano un Paese che sta cambiando rapidamente», afferma Valerio Molinari, presidente del CSCC e azionista di riferimento di Ecogest, cofondatrice del Centro Studi. «Il caldo è ormai strutturale, le piogge sono sempre più irregolari e gli eventi estremi aumentano in frequenza e intensità. Non possiamo più considerare questi fenomeni come eccezioni: rappresentano la nuova normalità climatica italiana».
L’aumento delle temperature non riguarda soltanto alcune aree del Paese. Nel 2025 il Nord ha registrato un’anomalia di +1,05 °C, il Centro di +0,99 °C e il Sud con le Isole di +1,02 °C, valori che confermano una diffusione pressoché uniforme del riscaldamento. La tendenza emerge anche dagli indicatori climatici estremi. Nel corso dell’anno si sono registrati oltre quindici giorni di gelo in meno rispetto alla media climatica e dieci notti tropicali in più, con temperature notturne che non scendono sotto i 20 °C. Una condizione che amplifica gli effetti delle ondate di calore, soprattutto nelle aree urbane, dove il mancato raffrescamento notturno rappresenta un fattore di rischio per la salute.
Anche il Mediterraneo continua a riscaldarsi. Nel 2025 la temperatura media dei mari italiani ha raggiunto 20 °C, con un’anomalia di +1,18 °C rispetto al periodo 1991-2020. Mari più caldi significano ecosistemi più vulnerabili, maggiore energia disponibile per alimentare fenomeni meteorologici intensi e un aumento delle ondate di calore marine.
Se il dato nazionale sulle precipitazioni appare sostanzialmente stabile (+1% rispetto alla media), la distribuzione delle piogge racconta una realtà molto diversa. Il Nord ha registrato un surplus del 7%, mentre il Sud e le Isole hanno chiuso l’anno con un deficit del 5%. A cambiare è soprattutto la modalità con cui piove: precipitazioni concentrate in pochi episodi molto intensi si alternano a lunghi periodi di assenza di pioggia.
«È il paradosso del nuovo clima italiano», osserva ancora Valerio Molinari. «Possiamo avere un anno con precipitazioni complessivamente nella norma e, allo stesso tempo, vivere sia gravi crisi idriche sia alluvioni devastanti. Non conta soltanto quanta pioggia cade, ma quando e con quale intensità».
Le situazioni più critiche continuano a interessare il nostro Mezzogiorno. Nel 2025 la costa ionica della Calabria ha raggiunto 121 giorni consecutivi senza precipitazioni significative, la Sardegna 118 giorni e la Sicilia 116 giorni. Quest’ultima ha mantenuto condizioni di severa scarsità idrica per gran parte dell’anno, mentre la disponibilità complessiva di acqua a livello nazionale è risultata oltre il 7% inferiore alla media storica. Parallelamente si è intensificata la frequenza degli eventi estremi. Tra gli episodi più rilevanti figurano le alluvioni di aprile tra Valle d’Aosta e Piemonte, l’esondazione del Seveso a settembre, i nubifragi che hanno colpito Liguria e Friuli Venezia Giulia e le grandinate che hanno interessato Marche, Emilia-Romagna, Veneto, Campania e Basilicata. Eventi diversi tra loro, ma accomunati dalla crescente esposizione dell’intero territorio nazionale ai rischi climatici.
Anche i dati del 2026 confermano l’accelerazione del cambiamento climatico. Copernicus ha rilevato che giugno è stato il più caldo mai registrato nell’Europa occidentale, mentre secondo la rete scientifica World Weather Attribution l’ondata di calore tra maggio e giugno è risultata la più intensa mai osservata in Europa, superando anche quella del 2003. Gli esperti sono pressoché concordi nel ritenere che eventi di questa portata sono ormai una conseguenza diretta del riscaldamento globale.
Per il Centro Studi sul Cambiamento Climatico la risposta non può limitarsi alla riduzione delle emissioni. Serve affiancare con decisione politiche di adattamento capaci di aumentare la resilienza del territorio. «Mitigare le emissioni resta indispensabile, ma oggi non basta più. Occorre investire con decisione nell’adattamento: gestione della risorsa idrica, manutenzione del territorio, rinaturalizzazione dei corsi d’acqua, città più resilienti, monitoraggio continuo e sistemi di allerta sempre più efficaci», avverte Valerio Molinari. «La resilienza climatica rappresenta una delle principali sfide per la sicurezza ambientale, economica e sociale del Paese».
