L’Europa punta a ridurre i consumi energetici finali a 93 Mtep (milioni di tonnellate equivalenti di petrolio) entro il 2030. Ma per raggiungere questo traguardo — già considerato «poco realistico con le sole misure attualmente previste» — sarebbero necessari investimenti per circa 308 miliardi di euro nei prossimi sei anni. Un impegno che appare lontano dalla traiettoria italiana.
Secondo l’Energy Efficiency Report 2025 del Politecnico di Milano (Energy&Strategy), l’Italia nel 2024 ha destinato tra 58 e 66 miliardi di euro all’efficienza energetica, in netto calo rispetto agli oltre 75 miliardi del 2023, soprattutto a causa della contrazione nel settore residenziale. Il nostro Paese mantiene un buon posizionamento in Europa — quinto per efficienza energetica, con un Energy Intensity Index migliore del 16% rispetto alla media UE — ma la crescita rallenta: si perde una posizione rispetto al 2022, mentre altri Paesi come Germania e Francia colmano il divario.
La spinta degli incentivi: utile ma instabile
Tra il 2024 e il 2030, secondo il report, gli investimenti dovrebbero superare 240 miliardi solo nello scenario che mira ai target del Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC) e dell’UE. Ma il raggiungimento di tali cifre è condizionato dalla stabilità delle politiche pubbliche.
«Secondo le nostre stime, tra il 2024 e il 2030 gli investimenti cumulati in efficienza energetica dovrebbero superare i 240 miliardi di euro negli scenari che si prefissano gli obiettivi PNIEC ed UE» commenta Federico Frattini, vicedirettore di Energy&Strategy. «Questo, però, se verranno potenziate e rese stabili le misure incentivanti, che hanno dimostrato di essere determinanti nel guidare gli interventi: l’incertezza normativa finora ha rappresentato un ostacolo alla pianificazione di lungo periodo, mentre è fondamentale disporre di un quadro duraturo e coerente, capace di mobilitare capitali e accompagnare la transizione energetica nei diversi settori».
Gli fa eco Vittorio Chiesa, direttore di Energy&Strategy: «La “cassetta degli attrezzi” di cui dispone l’Italia è ben fornita, ma occorre un salto di qualità in termini di visione strategica, stabilità delle regole e semplificazione amministrativa per trasformare le misure esistenti in un volano reale di decarbonizzazione».
Dove si investe (e dove no)
Nel 2024, il comparto residenziale ha assorbito 29-32 miliardi di euro, in netto calo rispetto ai 44-49 miliardi del 2023, dopo la revisione del Superbonus. L’industria ha investito tra 2,3 e 2,7 miliardi, con un focus su fotovoltaico (+26%), pompe di calore e sensoristica. Crollano gli interventi sui processi produttivi (-68%) e sui sistemi ad aria compressa (-57%).
Nel terziario e nella Pubblica Amministrazione, le risorse si sono concentrate principalmente sulla riduzione dei fabbisogni termici (70%), trascurando tecnologie smart o digitali. Nonostante un aumento del 14% degli investimenti, i risparmi si sono fermati al 13%.
Cittadini e imprese: tra interesse e barriere
Un’indagine condotta da Doxa su 2.500 cittadini mostra un’elevata diffusione di piccoli interventi: l’85% ha migliorato l’efficienza domestica negli ultimi 5 anni, ma puntando su soluzioni a basso costo come illuminazione smart, caldaie a condensazione e elettrodomestici efficienti. Restano marginali tecnologie più complesse (fotovoltaico, accumulo, microcogenerazione), frenate da costi elevati, burocrazia e difficoltà di accesso agli incentivi.
Anche tra le 250 imprese coinvolte emerge una preferenza per soluzioni consolidate e facilmente implementabili. Il 70% ha investito in tecnologie hardware, principalmente per autoproduzione da fotovoltaico e illuminazione efficiente. Le piccole e medie imprese si sono mostrate più attive, investendo in media il doppio delle grandi, un dato che segnala maggiore reattività e flessibilità.
Tra gli ostacoli principali: tempi lunghi di ritorno economico, instabilità normativa, carenza di competenze tecniche e difficoltà di accesso al capitale.
Automazione e comportamenti: potenziale inespresso
I sistemi BACS (Building Automation and Control Systems) restano scarsamente adottati, nonostante l’elevato potenziale nei grandi edifici non residenziali. Le nuove norme europee (EPBD) ne imporranno l’installazione per impianti sopra i 290 kW (dal 2029 anche sopra i 70 kW), ma senza un’adeguata strategia di supporto, il rischio è che gli obblighi restino sulla carta.
Accanto alla tecnologia, cresce l’attenzione per l’efficienza organizzativo-comportamentale. L’International Energy Agency stima che comportamenti virtuosi potranno contribuire fino al 25% dei risparmi energetici globali al 2050. Eppure, solo il 15% delle imprese italiane prevede sistemi di premialità, mentre il 65% non monitora i risultati.
Il nodo delle policy
Il quadro normativo è articolato ma frammentato. A livello UE, il pacchetto “Fit for 55” (gli atti legislativi finalizzati a ridurre le emissioni di gas a effetto serra di almeno il 55% entro il 2030), la revisione della EED (la direttiva europea che prevede misure per raggiungere obiettivi di efficienza energetica, come definire obiettivi nazionali, strategie per il rinnovamento degli edifici e obblighi di audit energetici), la direttiva Case Green (EPBD) e il Clean Industrial Deal (l’atto legislativo sull’accelerazione della decarbonizzazione industriale) danno indicazioni chiare. In Italia, invece, la revisione del PNIEC ha rafforzato il ruolo dell’efficienza energetica, ma le misure restano disomogenee: Certificati Bianchi, Conto Termico, Superbonus, Piano Transizione 5.0 (13,5 miliardi stanziati per ridurre del 5% i consumi industriali) faticano a integrarsi in una cornice stabile e coerente.
Gli scenari al 2030
Il Report propone tre scenari alternativi al 2030:
Scenario conservativo: con le politiche attuali, si prevede una riduzione dei consumi di appena 0,5 Mtep rispetto al 2022 e 137 miliardi di investimenti (2024-2030).
Scenario PNIEC: riduzione a 102 Mtep e 243 miliardi di euro di investimenti, con una governance più solida.
Scenario UE: target a 93 Mtep e 308 miliardi di investimenti, ma lo stesso PNIEC lo definisce «irraggiungibile con le sole misure attuali».
La direzione appare dunque tracciata, ma l’Italia procede a velocità ridotta. Servono coerenza normativa, strumenti stabili e un forte coordinamento pubblico-privato. Altrimenti, la distanza tra ambizioni europee e realtà operative rischia di trasformarsi in un divario strutturale.
