La Giornata Mondiale dell’Ambiente, istituita nel 1972 e celebrata ogni 5 giugno, torna a richiamare l’attenzione su una questione strutturale: l’inquinamento da plastica. L’edizione 2025 arriva a due mesi dalla ripresa dei negoziati per un Trattato globale vincolante sul tema. Nel frattempo, dati e proiezioni mostrano che l’emergenza è già in corso, con implicazioni che superano i confini ambientali, coinvolgendo direttamente la salute umana e i diritti dei minori.

Plastica e inquinamento: l’urgenza di un’azione coordinata
Secondo ISPRA, l’86% dei rifiuti rinvenuti sui fondali marini è legato ad attività di pesca, con una netta prevalenza di lenze, cime e reti abbandonate, perse o dismesse. Ogni anno, circa 100.000 mammiferi marini e un milione di uccelli marini muoiono per ingestione o intrappolamento. Queste “reti fantasma” non solo minacciano la fauna marina ma, frammentandosi, rilasciano microplastiche che entrano nella catena alimentare.
Per affrontare il fenomeno, ISPRA ha avviato il progetto “GhostNets” nell’ambito del PNRR MER. L’iniziativa, affidata a Fondazione Marevivo, Castalia Consorzio Stabile e CoNISMa, prevede il recupero di attrezzi da pesca dismessi nei mari italiani.

WWF: le microplastiche sono anche un problema sanitario
Il WWF sottolinea che le micro e nanoplastiche (MNP) sono ormai presenti in tutti i comparti ambientali — acqua, aria, suolo — e penetrano negli organismi umani. Il rapporto “Oltre la plastica: il peso nascosto dell’inquinamento” riporta stime significative: un individuo può ingerire fino a 52.000 particelle di plastica all’anno. L’inalazione ne aggiunge altre 22 milioni, con una concentrazione di MNP fino a 5.700 per metro cubo d’aria.
Queste particelle sono state rilevate in urina, feci, liquido seminale, latte materno, e anche in organi interni come polmoni, reni, fegato, placenta, cuore e cervello. In quest’ultimo, la presenza di plastica ha raggiunto concentrazioni fino a 7 grammi — il peso di una penna a sfera — con livelli fino a 30 volte superiori rispetto ad altri organi.

«Non possiamo più considerare la plastica solo un problema ambientale: i rischi per la salute umana sono reali, sistemici e in parte ancora sconosciuti. È necessaria una risposta globale, coordinata e ambiziosa», dichiara Eva Alessi, responsabile Sostenibilità del WWF Italia. «Le evidenze scientifiche sulla presenza di micro e nanoplastiche nel corpo umano si stanno accumulando rapidamente, e ci parlano di un’esposizione quotidiana, invisibile e pervasiva. Anche se molte incertezze permangono, il principio di precauzione impone un’azione immediata».

Le sostanze associate alla plastica, come bisfenolo A, ftalati e metalli pesanti, sono riconosciute per i loro effetti negativi sul sistema endocrino, cardiovascolare e sul metabolismo, aggravando ulteriormente l’impatto sanitario.
Per questo il WWF chiede un impegno concreto da parte dell’Italia nella prossima sessione di negoziati ONU (INC-5.2, Ginevra, agosto 2025), il rafforzamento delle politiche interne — come l’estensione della raccolta differenziata e l’attuazione della Plastic Tax — e l’attivazione piena della Legge Salvamare.
Il programma globale “No Plastic in Nature” del WWF mira a fermare la dispersione di plastica entro il 2030, promuovendo riuso, riciclo e progettazione sostenibile dei prodotti.

Save the Children: i più giovani pagano il prezzo più alto della crisi climatica
Parallelamente, Save the Children pubblica con la Vrije Universiteit Brussel il rapporto “Born into the Climate Crisis 2. An Unprecedented Life”. Le proiezioni partono da un’ipotesi concreta: con le attuali politiche, entro il 2100 la temperatura globale salirà di 2,7°C rispetto ai livelli preindustriali. Di conseguenza, l’83% dei bambini nati nel 2020 — circa 100 milioni su 120 — sarà esposto ad almeno un’ondata di calore estremo nella propria vita.

Se l’aumento fosse contenuto a 1,5°C, obiettivo dell’Accordo di Parigi, si eviterebbero:
– l’esposizione a caldo estremo per 38 milioni di bambini;
– la perdita senza precedenti dei raccolti per 8 milioni;
– l’impatto di inondazioni fluviali per 5 milioni;
– cicloni tropicali di livello estremo per altri 5 milioni;
– la siccità per 2 milioni;
– incendi senza precedenti per 1,5 milioni.

In uno scenario da +3,5°C, il 92% dei bambini nati nel 2020 — circa 111 milioni — sarebbe esposto a rischi multipli, aggravati dall’instabilità climatica. In Italia, anche con un incremento contenuto a 2,7°C, il 100% dei minori nati nel 2020 affronterebbe almeno un’ondata di calore estremo nel corso della vita.
Eventi climatici gravi, sempre più frequenti, aumentano il rischio di migrazione forzata, abbandono scolastico, insicurezza alimentare e violazioni dei diritti dell’infanzia, come il matrimonio precoce.

“Il caldo estremo ha un impatto pericoloso sulla salute fisica e mentale dei bambini e delle bambine, compromette l’accesso al cibo, all’acqua potabile e provoca la chiusura delle scuole”, si legge nel report.

Per Save the Children è prioritario eliminare i sussidi ai combustibili fossili, aumentare i finanziamenti per l’adattamento climatico locale e garantire la partecipazione attiva dei bambini nella definizione delle politiche.

Le analisi di WWF, ISPRA e Save the Children convergono, insomma, su un punto chiave: l’inquinamento da plastica e il cambiamento climatico non sono emergenze distinte. Sono crisi sistemiche, interconnesse e trasversali. Salute, ambiente e giustizia intergenerazionale sono strettamente legate, e richiedono risposte coordinate a livello globale, nazionale e locale.
Un approccio frammentario non è più sufficiente. Le decisioni che saranno prese nei prossimi mesi definiranno non solo la qualità dell’ambiente, ma anche le condizioni di vita delle generazioni future.

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