L’industria resta uno dei nodi centrali della transizione energetica globale. Secondo il rapporto IEA 2025 “Renewables for Industry: Electrification of low-temperature heat and steam”, pubblicato lo scorso dicembre, il comparto industriale è responsabile di circa il 30% del consumo energetico mondiale, ancora in larga parte coperto da combustibili fossili. Finora il dibattito sulla decarbonizzazione si è concentrato soprattutto su acciaio e cemento, ma l’Agenzia internazionale dell’energia sposta il fuoco su un’area meno visibile e al tempo stesso più pronta al cambiamento: i processi industriali che utilizzano calore e vapore a bassa temperatura. Si tratta di un insieme ampio e trasversale di attività – dall’industria alimentare e delle bevande a quella tessile, chimica, cartaria, dei mezzi di trasporto e dei prodotti in legno – che rappresentano circa il 70% del consumo energetico industriale globale. Nel 2023 questi settori hanno generato quasi 3 gigatonnellate di CO₂ direttamente legate all’uso di energia, pari a circa la metà delle emissioni industriali dirette, anche se il dato segna una riduzione dell’8% rispetto al 2013.
È proprio qui che il rapporto individua alcune delle opportunità più immediate ed economicamente accessibili per ridurre emissioni e dipendenza dai combustibili fossili. Le tecnologie esistono già e sono disponibili sul mercato: pompe di calore industriali, caldaie elettriche ed elementi di riscaldamento a resistenza possono coprire la gran parte della domanda di calore in questi sottosettori. Le pompe di calore su larga scala sono consolidate fino a 150 °C, mentre le caldaie elettriche possono produrre vapore fino a 350 °C, con pressioni che arrivano a circa 70 bar.

Negli ultimi dieci anni l’uso di elettricità per il riscaldamento industriale è cresciuto rapidamente. Gli aumenti più marcati si registrano in Cina, India e nei Paesi dell’ASEAN, ma il dato interessante è la convergenza tra le principali economie: oggi la quota di elettricità nel riscaldamento industriale si colloca ovunque intorno al 4–5%. A spingere questa tendenza sono il miglioramento della competitività dei costi, una maggiore disponibilità tecnologica e segnali politici più chiari, insieme al vantaggio di ridurre l’esposizione alla volatilità dei prezzi di gas e petrolio.

Il rapporto sottolinea però che l’elettrificazione non può prescindere da un passaggio preliminare: l’efficienza energetica. Ridurre la domanda di calore attraverso interventi di base – recupero del calore di scarto, miglior isolamento, migliore controllo dei processi e ottimizzazione termica degli impianti – consente di ottenere tagli immediati ai consumi di combustibile con costi relativamente contenuti. Un doppio beneficio: meno emissioni e investimenti più contenuti per le tecnologie elettriche successive.
Non mancano, tuttavia, gli ostacoli strutturali. La diffusione di pompe di calore industriali ed e-boiler è stata finora limitata da rapporti di prezzo sfavorevoli tra elettricità e gas, tempi lunghi di connessione alla rete e dall’assenza, fino a oggi, di quadri politici chiari e stabili. Secondo l’IEA, le politiche di supporto stanno iniziando a rafforzarsi, ma servono segnali più netti per sbloccare gli investimenti.

Uno dei capitoli centrali del rapporto riguarda l’Unione europea. L’elettrificazione del calore industriale con fonti rinnovabili potrebbe ridurre il consumo di combustibili fossili di quasi 3.000 petajoule (PJ). In termini concreti, l’uso diretto di gas naturale per il calore industriale potrebbe diminuire di 35 miliardi di metri cubi all’anno, migliorando la sicurezza energetica del continente. A fronte di questo, sarebbe necessario un apporto aggiuntivo di circa 600 terawattora di elettricità all’anno, un volume paragonabile al consumo complessivo di Germania e Paesi Bassi messi insieme.
L’elettrificazione diffusa del calore e del vapore a bassa temperatura, combinata con una crescita dell’elettricità rinnovabile, offre vantaggi che vanno oltre la riduzione delle emissioni: maggiore sicurezza energetica, minore esposizione ai prezzi dei combustibili fossili e, se integrata con sistemi di accumulo termico, una flessibilità della domanda utile a gestire quote crescenti di produzione rinnovabile variabile.
Il rapporto analizza nel dettaglio Unione europea, Cina e ASEAN, valutandone il potenziale tecnico-economico e i contesti normativi, e individua alcune aree di azione prioritarie per accelerare l’elettrificazione del calore industriale. In questo quadro, pompe di calore, e-boiler e thermal energy storage emergono come tecnologie chiave per la decarbonizzazione e la sicurezza energetica europea.

Una lettura condivisa anche da Letizia Magaldi, presidente di Kyoto Club e contributor del rapporto: «È un prezioso documento che evidenzia come tecnologie già mature, ancora di filiera europea, possano, combinate con la crescente diffusione dell’elettricità rinnovabile, offrire molteplici benefici: ridurre il consumo di combustibili fossili e le emissioni, aumentare l’efficienza e la sicurezza energetica diminuendo l’esposizione alla volatilità dei prezzi di gas e petrolio, e migliorare la flessibilità del sistema elettrico per accogliere quote più elevate di generazione rinnovabile variabile».
Magaldi richiama infine il peso strutturale dei settori coinvolti: «Questa transizione è particolarmente critica se si considera che un’ampia gamma di settori industriali che utilizzano combustibili fossili per processi di calore e vapore a bassa temperatura rappresenta circa il 70% del consumo energetico industriale globale, e IEA stima che, grazie all’applicazione di queste tecnologie, una riduzione dell’8–9% del consumo attuale di gas a livello europeo».

Il messaggio più significativo che emerge dal rapporto è che la decarbonizzazione industriale non passa solo dalle grandi riconversioni dei settori “hard to abate”, ma anche – e forse soprattutto – da una trasformazione più silenziosa e immediata del calore che alimenta gran parte della manifattura globale.

Condividi

Articoli correlati