La transizione industriale italiana non è ferma per mancanza di tecnologie, ma per ostacoli strutturali che ne rallentano l’attuazione. Costi energetici elevati, procedure autorizzative lente, vuoti normativi e applicazione discontinua delle regole ambientali continuano a frenare investimenti e competitività. È da questa diagnosi che prende forma il Libro bianco sulla riconversione green dell’industria italiana, presentato la scorsa settimana a Roma da Legambiente.
Il documento è il risultato di un percorso di confronto avviato nel luglio 2025 con istituzioni, imprese, mondo del lavoro e ricerca, e mette in fila 30 proposte operative, articolate su otto settori chiave e fondate su sei pilastri: decarbonizzazione, circolarità, innovazione, legalità, nuova occupazione green e inclusione. L’obiettivo dichiarato è dare concretezza a un Clean Industrial Deal Made in Italy, capace di coniugare lotta alla crisi climatica e rilancio della manifattura.
Attorno a Legambiente si sono raccolti 39 “campioni nazionali” della transizione ecologica, imprese censite dal 2023 a oggi lungo la Penisola dalla campagna itinerante “I cantieri della transizione ecologica”. Un’industria già in movimento, secondo l’associazione, ma spesso bloccata da barriere non tecnologiche.
I settori individuati come strategici spaziano da energia, bioeconomia ed economia circolare alla gestione delle risorse idriche e all’agroecologia, fino a velocizzazione degli iter autorizzativi, contrasto all’illegalità e rafforzamento dei controlli ambientali. Su questi fronti, sostiene Legambiente, l’Italia deve colmare ritardi accumulati negli ultimi decenni. Non a caso, il recente Riesame dell’attuazione delle politiche ambientali della Commissione europea stima che una piena applicazione delle norme ambientali potrebbe generare risparmi per 180 miliardi di euro l’anno, pari a circa l’1% del PIL dell’UE.
Tra le proposte che Legambiente indirizza a Governo e Parlamento figura l’introduzione rapida dei prezzi zonali dell’energia elettrica in sostituzione del prezzo unico nazionale (PUN), per ridurre il costo dell’elettricità nelle aree con maggiore presenza di rinnovabili. E, ancora, il rafforzamento della Commissione PNRR–PNIEC del Ministero dell’Ambiente e degli uffici regionali e comunali coinvolti nelle autorizzazioni, oltre a un piano di azione per la bioeconomia coerente con il quadro normativo europeo.
Il Libro bianco chiede anche di semplificare i decreti End of Waste, accelerare il repowering degli impianti eolici esistenti per produrre più energia con meno aerogeneratori, sostenere le nuove filiere del tessile, delle materie prime critiche, dei RAEE e degli aggregati riciclati. Sul fronte idrico, propone invece l’emanazione del DPR sul riutilizzo delle acque reflue depurate in agricoltura e industria. Sul piano della legalità, sollecita l’approvazione del ddl contro i reati agroalimentari, con l’introduzione del delitto di «produzione e commercio di prodotti fitosanitari illeciti», e il pieno recepimento della direttiva europea sulla tutela penale dell’ambiente, includendo nuovi reati come il saccheggio delle risorse idriche. A questo si affiancano un piano nazionale contro l’abusivismo edilizio e il potenziamento dei controlli attraverso i decreti attuativi della legge 132 del 2016 sul Sistema nazionale di protezione ambientale.
«Il Clean Industrial Deal – commenta Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente – è un’opportunità che l’Italia non deve assolutamente sprecare per varare una politica industriale all’altezza della sfida climatica e per far ridurre alle imprese i costi dell’energia, evitando, però, la pericolosa scorciatoia della deregulation ambientale. Investire in un’ambiziosa politica industriale significa favorire la competitività delle imprese, facendo occupare dall’Italia, prima degli altri Paesi, l’esponenziale mercato globale delle tecnologie green. Con questo spirito abbiamo deciso di scrivere il nostro Libro Bianco, pensato come un vero e proprio piano industriale per l’Italia, indirizzando delle proposte a Governo e Parlamento e raccontando, con l’esperienza dei tanti campioni nazionali della transizione ecologica, quello che il Paese sta già facendo».
Il documento dedica un focus specifico a chimica, automotive e siderurgia, settori oggi in difficoltà che, secondo Legambiente, pagano trent’anni di assenza di politiche industriali, non il Green Deal europeo. La riconversione passa dalla chimica verde, dalle bonifiche dei SIN e dalla trasformazione delle grandi aree siderurgiche – da Taranto a Piombino e Terni – insieme a un approvvigionamento energetico libero dalle fonti fossili. Rinnovabili, accumuli e reti diventano così leve industriali, oltre che ambientali.
Il contesto globale rafforza questa lettura. Secondo Irena, nel 2024 il 91% della nuova potenza elettrica installata nel mondo ha riguardato fonti rinnovabili, contro il 9% da fossili e nucleare. In Europa, nel 2025, per la prima volta fotovoltaico ed eolico hanno prodotto il 30% dell’elettricità, superando i combustibili fossili fermi al 29%, soprattutto gas, come rileva Ember.
Anche le imprese, evidenzia l’Indagine annuale sugli investimenti della BEI, sono pronte: nove aziende europee su dieci investono nella riduzione delle emissioni, nonostante tensioni geopolitiche e commerciali. Le principali barriere restano l’incertezza (83%), i costi dell’energia (75%) e il peso della burocrazia, stimato all’1,1% del fatturato (che sale all’1,8% per le Pmi).
«Nonostante le tante difficoltà – aggiunge Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente – l’Italia può vantare l’esperienza di imprese leader mondiali sulla sostenibilità ambientale in settori innovativi come quelle che stiamo raccontando da tre anni con la nostra campagna nazionale “I cantieri della transizione ecologica” incontrando i protagonisti dell’industria italiana più innovativa, toccando con mano i processi produttivi ma anche i problemi burocratici e normativi, confrontandoci per analizzare ostacoli e difficoltà con l’obiettivo di far diventare questi casi virtuosi il modello da seguire per una politica industriale nazionale forte, concreta e competitiva».
Dal maggio 2023, la campagna ha censito 39 campioni della transizione ecologica in 12 regioni; otto solo nel 2025. Lombardia, Piemonte e Sicilia guidano la classifica con sei cantieri ciascuna, seguite da Veneto (5), Lazio e Toscana (3). Le esperienze spaziano dagli impianti eolici ibridi con batterie in Sicilia al repowering eolico in Abruzzo, dal riciclo di oli minerali esausti e pneumatici fuori uso alla produzione di biometano e materiali per l’edilizia da scarti industriali, fino ai progetti di decarbonizzazione della carta e del vetro. Il viaggio proseguirà anche nel 2026.
