Ci sono coste dove basta allontanarsi di pochi metri da una spiaggia per incontrare una foce che porta con sé un problema irrisolto. E ci sono laghi che, nel giro di poche settimane, hanno perso gran parte dell’acqua accumulata. È la fotografia restituita dall’edizione 2026 di Goletta Verde e Goletta dei Laghi, le campagne con cui Legambiente monitora ogni estate lo stato delle acque italiane. Su 391 campioni raccolti in 19 regioni, il 34% è risultato oltre i limiti di legge: più di un punto su tre. Un dato sostanzialmente stabile rispetto allo scorso anno, ma con un elemento particolarmente critico per i laghi: la stessa percentuale del 34% rappresenta il risultato peggiore degli ultimi sette anni. Il monitoraggio ha interessato 263 punti lungo oltre 7.500 chilometri di costa naturale: il 53% dei prelievi è stato effettuato direttamente a mare, il restante 47% in punti considerati critici, come foci di fiumi e canali. Complessivamente, il 34% dei campioni costieri è risultato oltre i limiti: il 25% fortemente inquinato e il 9% inquinato. Significa, in media, un punto fuorilegge ogni 84 chilometri di costa.

La maladepurazione resta l’emergenza principale
Il dato più pesante riguarda le foci. Su 188 campioni, il 54% è risultato inquinato o fortemente inquinato. Secondo i dati forniti a Legambiente dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica a luglio 2026, sono ancora 514 gli agglomerati urbani che scaricano reflui in maniera non conforme, per un totale di oltre 14 milioni di abitanti equivalenti.
L’Italia ha inoltre quattro procedure di infrazione europee aperte per il mancato rispetto della Direttiva 91/271 sulle acque reflue urbane. Le prime due sanzioni hanno già comportato oltre 200 milioni di euro di multe.
«L’Italia – commenta Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente – continua a pagare ogni sei mesi decine di milioni di euro di multe all’Europa per il mancato rispetto della direttiva europea sul trattamento delle acque reflue nei Comuni dove vivono 14 milioni di abitanti equivalenti, con risorse pubbliche che potremmo usare più utilmente per realizzare nuovi sistemi di fognatura e depurazione. Questo è inaccettabile, considerando che la prima legge italiana sulla depurazione, la cosiddetta Merli, quest’anno compie 50 anni. È il momento di varare un piano nazionale per rendere balneabili tutti i fiumi italiani, come lo è diventata la Senna a Parigi dopo gli investimenti sulla depurazione fatti per le Olimpiadi del 2024, e di approvare il DPR sul riuso delle acque reflue depurate in agricoltura per affrontare il grave problema della siccità, acuito dall’accelerazione della crisi climatica».

Il problema non riguarda soltanto le foci: anche tra i campioni raccolti direttamente in mare o nei laghi il 15% è risultato oltre i limiti, con il 5% classificato come inquinato e il 10% come fortemente inquinato. E nel 70% delle foci dei fiumi monitorate mancano cartelli che segnalino il divieto di balneazione. A complicare la situazione arriva anche la nuova Direttiva Acque Reflue 2024/3019, che imporrà l’adeguamento degli impianti ai nuovi requisiti. Solo per gli impianti di maggiori dimensioni, la spesa stimata oscilla tra 645 milioni e 1,5 miliardi di euro.

Acque più calde, laghi più vuoti
Alla maladepurazione si aggiunge la pressione esercitata in maniera crescente dalla crisi climatica. Il Mediterraneo continua a riscaldarsi e i laghi devono fare i conti con siccità e temperature elevate. Secondo Legambiente, dal 2020 al 2025 la temperatura media della superficie del Mediterraneo tra maggio e settembre non è mai scesa sotto i 24°C. E com’è noto, un mare più caldo favorisce la tropicalizzazione, l’arrivo di specie aliene e l’erosione delle coste.
Sui laghi l’effetto è opposto: meno acqua disponibile. Il Lago d’Iseo ha perso oltre il 79% del volume invasato in appena 42 giorni, tra il 12 giugno e il 24 luglio. Il Lago Maggiore e il Lago di Como hanno perso nello stesso periodo il 76%. A questa pressione si aggiunge quella dei rifiuti. A fine luglio, a Polignano a Mare, Goletta Verde e i sub locali hanno recuperato dal fondale sabbioso circa 30 pneumatici abbandonati.

Dalla depurazione al riuso
Per Legambiente servono interventi strutturali. Occorrono più risorse per ammodernare gli impianti, completare il collettamento degli scarichi non depurati e contrastare gli sversamenti illegali. L’associazione propone inoltre un piano nazionale per la depurazione, una revisione della normativa sulla balneazione e maggiori campagne di informazione.
Sul fronte climatico, chiede di finanziare il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (PNACC), definire un piano specifico per l’adattamento delle coste e aumentare le aree protette marine e terrestri.
La gestione dell’acqua dovrà però guardare anche al suo riuso. Da qui la richiesta di approvare il DPR sul riutilizzo delle acque reflue depurate in agricoltura, soprattutto alla luce di una crisi idrica destinata a diventare più frequente.

Secondo Legambiente, infine, la tutela del mare non va disgiunta dalla transizione energetica e per questo chiede di accelerare sull’eolico offshore, sia galleggiante sia fisso, attraverso aste adeguate allo sviluppo delle tecnologie e delle relative filiere industriali. La direzione indicata dall’associazione è quindi duplice: intervenire sulle criticità accumulate negli ultimi decenni e preparare coste e bacini alla pressione crescente del cambiamento climatico. Perché, a cinquant’anni dalla legge Merli, il problema della depurazione non è più soltanto una questione ambientale. È anche una misura della capacità del Paese di utilizzare meglio le proprie risorse, evitare costi che continuano a ricadere sulla collettività e prepararsi a gestire un’acqua che sarà sempre più preziosa.

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