A terra restano voli, rotte e una parte della crescita del traffico aereo internazionale. Ma insieme ai contraccolpi economici per compagnie e turismo, la crisi del jet fuel sta producendo anche un effetto collaterale meno visibile: una riduzione delle emissioni climalteranti legate all’aviazione civile. Negli ultimi giorni diverse compagnie aeree hanno annunciato tagli ai collegamenti e una revisione dell’operatività per far fronte alle difficoltà legate ai costi e alla disponibilità del cherosene. Una frenata che, secondo la Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA), potrebbe avere ricadute rilevanti sul piano ambientale.

«I vettori aerei, come confermato oggi da fonti Ue, stanno affrontando la crisi del cherosene riducendo i voli e tagliando le rotte, riduzione che potrebbero accentuarsi nelle prossime settimane qualora il conflitto dovesse proseguire – spiega il presidente SIMA, Alessandro Miani – Se tale situazione provoca un danno economico al comparto del trasporto aereo e al turismo, dall’altro produce innegabili effetti positivi sul fronte ambientale. Basti pensare che un’eventuale riduzione del 15% dei voli a livello globale limiterebbe di circa 135 milioni di tonnellate le emissioni annue di CO2 in atmosfera, una quantità paragonabile a quella prodotta ogni anno da 80 milioni di autovetture con motore termico».

I numeri aiutano a capire la dimensione del problema. Secondo le stime più recenti, il settore dell’aviazione genera ogni anno circa 900 milioni di tonnellate di CO2. Le emissioni cambiano sensibilmente in base alla tipologia di aeromobile e alla tratta percorsa: si passa dai circa 30 grammi di CO2 per RPK — il chilometro per passeggero pagante — dei voli più efficienti, fino ai circa 900 grammi dei meno performanti.
Il peso dell’Europa resta particolarmente elevato. Gli aerei in partenza dal continente producono ogni anno circa 133 milioni di tonnellate di anidride carbonica: una quota che rappresenta circa il 12% delle emissioni del comparto trasporti europeo e il 4% delle emissioni complessive. A livello globale, l’Europa contribuisce al 23% delle emissioni dell’aviazione, collocandosi dietro Asia, che pesa per il 31%, e Nord America, fermo al 25%. Anche l’Italia continua a registrare una crescita delle emissioni legate al traffico aereo. Secondo le ultime stime riferite al 2025, gli aerei generano nel nostro Paese circa 16 milioni di tonnellate di CO2 all’anno: il 5% in più rispetto al 2024 e il 10% in più rispetto ai livelli del 2019.

La riduzione dei voli legata alla crisi del carburante non modifica strutturalmente il modello del trasporto aereo globale, ma riporta al centro una questione che da anni accompagna il settore, ovvero la difficoltà di conciliare l’espansione della mobilità internazionale con gli obiettivi climatici.
L’aviazione resta infatti uno dei comparti più complessi da decarbonizzare. I carburanti sostenibili, l’efficienza tecnologica e il rinnovo delle flotte avanzano, ma con ritmi ancora insufficienti rispetto alla crescita della domanda globale di traffico aereo. Per questo anche una contrazione temporanea dei voli finisce per avere un impatto immediato sulle emissioni.

 

Condividi

Articoli correlati