Crescita economica, rapporti più solidi con i fornitori e legami con il territorio. Che il modello delle Società Benefit si misura anche nella capacità di fare impresa e costruire relazioni lo confermano i risultati della Ricerca Nazionale sulle Società Benefit 2026, presentata a Milano durante l’evento “Società Benefit: dalla competitività all’interdipendenza”, con il contributo di NATIVA, Intesa Sanpaolo, InfoCamere, Università di Padova, Camera di commercio di Brindisi-Taranto e Assobenefit.

Al 30 giugno 2026 le Società Benefit registrate in Italia sono 5.968, il 7,7% in più rispetto alla fine del 2025 e il 15,6% rispetto a un anno prima. Impiegano circa 260mila addetti e generano 71,3 miliardi di euro di valore della produzione, pari al 2,5% del totale nazionale. Le microimprese sono la componente più numerosa, con 4.342 realtà, ma il modello è relativamente più diffuso tra le aziende con oltre 250 addetti, dove raggiunge il 2,4%. La presenza interessa tutti i settori, con incidenze più elevate nelle telecomunicazioni (11,7 per mille), nelle attività professionali (9,4 per mille) e nell’istruzione (7 per mille).
Il confronto tra circa 2mila Società Benefit e altrettante imprese tradizionali, selezionate per caratteristiche omogenee di dimensione, settore, territorio ed età, rileva un’associazione positiva tra la qualifica Benefit e i risultati economici: l’effetto stimato è pari a circa il 13% sul fatturato, al 17% sul costo del lavoro e al 12% sul valore aggiunto. Il vantaggio risulta più marcato quando il modello si accompagna a strategie orientate alla qualità, alla sostenibilità ambientale e ai mercati internazionali. Si tratta di un’associazione statistica, non della prova che la qualifica Benefit, da sola, determini migliori performance.

La differenza si osserva anche lungo le filiere. L’analisi degli scambi commerciali del 2024, condotta su 4.376 imprese, mostra che il 38% delle Società Benefit intrattiene rapporti commerciali con altre Benefit. Tra le imprese non-Benefit, invece, la quota di chi ha fornitori appartenenti al modello si ferma al 24%. La tendenza riguarda tutte le dimensioni aziendali. Tra le grandi Società Benefit, l’86% ha almeno un fornitore Benefit; anche tra le microimprese che adottano il modello si consolida una rete di relazioni omogenee: il 57% dei fornitori delle microimprese acquirenti Benefit appartiene alla stessa classe dimensionale e condivide la qualifica, una quota quasi doppia rispetto a quella osservata quando gli acquirenti sono imprese non-Benefit.

Le relazioni risultano inoltre più durature. Il 27,4% degli acquisti delle Società Benefit proviene da fornitori con cui esiste un rapporto continuativo da almeno nove anni, contro il 21,8% delle altre imprese. Una maggiore stabilità può favorire continuità delle forniture, scambio di conoscenze e diffusione di pratiche condivise, aspetti rilevanti per aziende esposte a mercati volatili e tensioni nelle catene di approvvigionamento.
Il legame con il territorio presenta, però, caratteristiche meno intuitive. Incrociando la diffusione delle Società Benefit con gli indicatori ISTAT sul benessere equo e sostenibile, la ricerca rileva una maggiore presenza del modello nelle aree che brevettano di più e registrano redditi più elevati, non necessariamente in quelle con bisogni sociali più intensi. L’incidenza varia dalle 2,7 Società Benefit ogni mille società nel Nord-Ovest alle 0,8 nelle Isole.

Anche le finalità di beneficio comune dichiarate negli statuti dipendono soprattutto dall’attività svolta, più che dal territorio o dalla dimensione dell’impresa. Fa eccezione l’attenzione al capitale umano, più frequente nelle aree in cui il mercato del lavoro presenta condizioni favorevoli.
L’analisi di 5.006 statuti conferma infine la prevalenza degli impegni sociali, che rappresentano il 55% delle finalità individuate attraverso la classificazione ESG. Seguono quelle ambientali, al 28%, e quelle legate alla governance, al 17%.
La ricerca restituisce così un modello in espansione, nel quale la responsabilità dichiarata negli statuti si affianca a risultati economici e a relazioni di filiera che possono diventare una risorsa competitiva. La sfida è far sì che questa rete cresca insieme alla capacità delle imprese di generare benefici condivisi, anche oltre i confini della singola organizzazione.

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