Se ne è andato nella tarda serata di ieri, 21 maggio, a Bra, la città dove era nato 76 anni fa e dove aveva dato forma a una delle esperienze italiane più riconoscibili nel mondo della sostenibilità alimentare. Per tutti Carlo Petrini era “Carlin”: gastronomo, giornalista, scrittore, ma soprattutto promotore di un’idea diversa di cibo e di agricoltura.
Nel 1986 fondò Slow Food, nato come risposta culturale all’omologazione alimentare e cresciuto fino a diventare un movimento globale fondato sul principio del cibo “buono, pulito e giusto”. Attorno a quell’idea Petrini ha costruito nel tempo una rete che ha unito produttori, contadini, allevatori, pescatori, cuochi, studiosi e consumatori.
Da quella esperienza è nata anche Terra Madre, il progetto internazionale dedicato alla sovranità alimentare, alla tutela della biodiversità e a un’agricoltura sostenibile radicata nei territori.

Slow Food, nelle ore successive alla sua scomparsa, ha ricordato «la sua energia, la sua straordinaria empatia, la sua voglia di fare, il suo esempio di vita», promettendo di portare avanti la visione costruita da Petrini. Una figura che, scrive l’associazione, «sapeva sognare e divertirsi, costruire e ispirare, verso un concreto riscatto sociale, lavorando con le persone, i giovani in particolare, auspicando fraternità, intelligenza affettiva e austera anarchia».
Negli anni il suo lavoro ha attraversato ambiti molto diversi. Nel 2004 Time lo nominò “Eroe europeo”. Nel 2008 il quotidiano britannico The Guardian lo inserì, unico italiano, tra le cinquanta persone che avrebbero potuto “salvare il mondo”.
Tra i progetti più significativi resta la nascita dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, la prima università al mondo dedicata a un approccio interdisciplinare agli studi sul cibo. Più recente, invece, il percorso delle Comunità Laudato Sì, rete ispirata all’enciclica di Papa Francesco e costruita attorno a temi come ambiente, giustizia sociale e cura della “casa comune”.
Pur non definendosi credente, Petrini aveva firmato la prefazione dell’edizione San Paolo della Laudato Si’, primo caso di un testo introduttivo affidato a un laico.
«Se penso a quando non ci sarò più? Sì, ma spero di aver gettato le basi perché il lavoro continui», raccontò in una delle sue ultime interviste al Corriere della Sera.
Di origini umili, un diploma tecnico e l’università lasciata a pochi esami dalla laurea in Sociologia, Petrini aveva trasformato un’intuizione culturale in un movimento internazionale. Ha viaggiato in tutto il mondo, tenuto lezioni nelle università, incontrato le comunità di Terra Madre e ricevuto lauree honoris causa.
Anche le Nazioni Unite ne avevano riconosciuto il contributo. Nel 2012 partecipò al Forum Permanente ONU sui Popoli Indigeni a New York e alla conferenza Rio+20 sullo sviluppo sostenibile. Il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente lo premiò nel 2013 con il “Champion of the Earth” nella categoria “Ispirazione e Azione”. Nel 2016 arrivò anche la nomina ad Ambasciatore Speciale FAO per il programma Fame Zero in Europa. Nel 2019 partecipò al Sinodo sull’Amazzonia in Vaticano su invito di Papa Francesco. Tra le sue amicizie figuravano personalità molto diverse, dal pontefice a Re Carlo III.
La sua figura ha raccolto nelle ultime ore attestati trasversali.
«Carlo è stato un visionario e un costruttore: di relazioni, di progetti, di riflessioni. Ma per noi è stato prima di tutto un grande amico», ha detto Luigi Ciotti. «Due cose di lui mi hanno sempre colpito. La capacità di andare controvento: ad esempio elaborando una filosofia della lentezza e della prossimità delle scelte, proprio mentre esplodevano i consumi globalizzati, dentro la società della fretta. E poi la sua fiducia nelle buone idee. Carlo non era un credente, ma credeva profondamente in ciò che faceva, e nella possibilità di convincere e coinvolgere altri».
Ciotti ha aggiunto: «La sua passione per il cibo come nutrimento non solo del corpo, ma anche dello spirito e dei rapporti fra le persone, aveva qualcosa di intrinsecamente spirituale».
Per Cristina Prandi, Petrini è stato una «figura straordinaria della cultura italiana e internazionale, intellettuale visionario e generoso, capace di trasformare il cibo in uno strumento di conoscenza, giustizia sociale, responsabilità ambientale e cura del pianeta».
«Con la sua opera – dice Prandi – Petrini ha saputo mostrare che il rapporto con il cibo non riguarda soltanto la produzione e il consumo, ma chiama in causa il modo in cui abitiamo la Terra, costruiamo comunità, custodiamo i territori, rispettiamo la biodiversità e immaginiamo il futuro. La sua idea di un cibo “buono, pulito e giusto” ha contribuito in modo decisivo a ridefinire il lessico della sostenibilità, intrecciando ambiente, salute, economia, cultura, educazione e democrazia».
La rettrice dell’Università di Torino insiste anche sull’aspetto politico e culturale del suo lavoro: «Carlin Petrini ha costruito nel tempo un movimento di pensiero e di azione capace di parlare al mondo, partendo dai territori, dalle comunità locali, dai saperi contadini, dalle filiere e dalle persone. Ha indicato con forza che non può esserci vera transizione ecologica senza giustizia, senza consapevolezza, senza rispetto per il lavoro e senza una nuova alleanza tra conoscenza scientifica, responsabilità civile e partecipazione collettiva».
E ancora: «Carlo Petrini lascia un’eredità profonda: la capacità di unire visione globale e radicamento locale, pensiero critico e concretezza, cultura e impegno».
Anche Nicola Perullo, oggi rettore dell’ateneo di Pollenzo, sottolinea la capacità di Petrini di tenere insieme mondi differenti: «Ha coinvolto tanti livelli di umanità, dagli agricoltori e produttori di cibo fino agli accademici. In questo è stato qualcosa di assolutamente unico e il suo lascito sarà universale».
Più personale il ricordo di Barbara Nappini, che guida Slow Food Italia dal 2021: «Ora mi sento sola. Non lavoravamo sempre insieme in ufficio, ma lui c’era: per un consiglio, per un confronto, era geniale». E ancora: «Sono grata di averlo incontrato, di tutto ciò che ho potuto imparare. Quando ho conosciuto Slow Food io non davo così tanto valore al cibo, non nel senso che Carlo Petrini ci ha insegnato a comprendere. Lo percepivo dal punto di vista politico, ma non da quello etico, del senso di comunità».
Dal Quirinale è arrivato il messaggio del presidente della Repubblica Sergio Mattarella: «La scomparsa di Carlo Petrini lascia un grande vuoto non soltanto nel mondo della scienza enogastronomica, ma anche nell’intera società e non solo in Italia. Le sue intuizioni e le sue costanti sollecitazioni sulla sostenibilità, sulla necessità di preservare le tradizioni, sulla valorizzazione delle culture locali, sul rispetto dell’ambiente hanno generato una nuova consapevolezza della cultura del cibo e della sua produzione, ispirata a criteri di qualità, di genuinità, di eticità. Esprimo il mio profondo cordoglio ai familiari e a tutte le persone che hanno lavorato con lui».
Per decenni Petrini ha parlato di cibo come di una questione politica, culturale e civile, molto prima che diventasse un tema centrale del dibattito globale. Oggi il suo lessico — biodiversità, filiera corta, sovranità alimentare, sostenibilità — è entrato nel linguaggio comune.
La sua idea più radicale, forse, è stata proprio questa: considerare il cibo non come un prodotto qualsiasi, ma come una relazione tra persone, territori e futuro.
