Le temperature salgono, le città si surriscaldano e le allerte si moltiplicano. Nelle stesse ore in cui il Ministero della Salute ha dichiarato l’allerta rossa in 16 delle 27 città monitorate, tra cui Roma, Milano, Firenze e Torino, un nuovo rapporto invita a guardare sotto la superficie. Letteralmente.
Secondo Save Soil, movimento globale promosso da Conscious Planet e sostenuto da organizzazioni internazionali come UNEP, FAO, UNCCD, Programma Alimentare Mondiale e IUCN, una parte del problema si trova nel progressivo degrado dei suoli. Il rapporto The Soil Carbon Sponge: Restoring Earth’s Hydrological Cooling System for Climate Stability sostiene infatti che il terreno non sia soltanto una risorsa agricola, ma uno dei principali regolatori della temperatura terrestre.

L’analisi parte dal presupposto secondo il quale è il ciclo dell’acqua a governare circa il 95% delle dinamiche termiche del pianeta da miliardi di anni. Un ruolo nel quale il suolo sano svolge una funzione decisiva grazie all’evapotraspirazione, il processo attraverso cui acqua e vegetazione contribuiscono a disperdere il calore accumulato. Quando il terreno perde sostanza organica, si secca o viene coperto da asfalto e cemento, questo meccanismo si interrompe. L’energia solare non viene più utilizzata per alimentare il ciclo dell’acqua e si trasforma direttamente in calore superficiale.

Il rapporto richiama anche le evidenze scientifiche citate dall’IPCC, secondo cui la sola perdita di suolo e vegetazione può determinare aumenti delle temperature fino a 4 gradi Celsius, indipendentemente dalle emissioni di gas serra. Secondo gli autori, terreni impoveriti e aridi favoriscono inoltre la formazione e la persistenza delle cosiddette “cupole di calore”, sistemi di alta pressione che bloccano le precipitazioni e intrappolano l’aria calda per periodi prolungati. L’Italia viene indicata come uno dei Paesi particolarmente esposti a questa dinamica. Mentre l’Unione Europea avvia le prime norme dedicate al monitoraggio della salute dei suoli, il nostro Paese non dispone ancora di una legge nazionale specifica sulla tutela del suolo. Nel frattempo, secondo i dati richiamati nel rapporto, il consumo di territorio procede al ritmo di 2,7 metri quadrati al secondo.

Anche l’ISPRA ha più volte evidenziato come l’impermeabilizzazione del terreno riduca la capacità naturale di raffreddamento delle superfici, aggravando gli effetti delle ondate di calore. A ciò si aggiunge un altro dato preoccupante: circa il 25% dei suoli dell’Europa meridionale è oggi considerato a rischio desertificazione.
«Questo rapporto dimostra che il suolo non è una questione secondaria nella lotta al cambiamento climatico, ma ne è un elemento centrale. Fino al 95% del calore terrestre è regolato dal ciclo dell’acqua, ed è proprio un suolo sano a guidarlo. I terreni degradati e spogli possono raggiungere temperature fino a 4 gradi superiori rispetto a quelle di un suolo vivo, contribuendo così a mantenere in essere questa ondata di caldo. Abbiamo dedicato trent’anni al riscaldamento che abbiamo causato e abbiamo quasi ignorato il sistema di raffreddamento che abbiamo smantellato», afferma Rico Rau, analista politico di Save Soil e coautore dello studio.

Secondo il rapporto, la buona notizia è che parte del danno potrebbe essere reversibile. Gli autori calcolano che ogni incremento dell’1% della materia organica nel terreno permetta a un ettaro di trattenere fino a 250 mila litri d’acqua aggiuntivi. La ricostruzione della cosiddetta “spugna di carbonio” del suolo consentirebbe inoltre di recuperare circa 3 watt per metro quadrato di raffreddamento naturale, un valore che gli autori definiscono superiore allo squilibrio energetico globale attualmente associato al riscaldamento climatico. L’immagine utilizzata nel documento è quella di milioni di micro-dighe invisibili distribuite sotto i nostri piedi, capaci di trattenere acqua, alimentare la vegetazione e ridurre le temperature superficiali.

La pubblicazione arriva inoltre in una fase delicata per il negoziato climatico internazionale. Ai recenti colloqui ONU di Bonn non si sono registrati progressi sostanziali sui temi del suolo e dell’agricoltura, mentre lo Sharm el-Sheikh Joint Work on Agriculture, l’unico tavolo formale delle Nazioni Unite dedicato a queste materie, dovrebbe concludere il proprio mandato durante la COP31 in programma ad Antalya.
«L’Italia è in prima linea nell’affrontare il caldo del Mediterraneo, eppure l’unico filone di lavoro delle Nazioni Unite dedicato al suolo e all’agricoltura si è arenato a Bonn e rischia di essere accantonato alla COP31. La scienza sostiene la necessità di potenziare il ripristino del suolo; l’agenda globale, invece, rimane in silenzio», osserva Praveena Sridhar, responsabile scientifico e politico di Save Soil.

La richiesta che emerge dal rapporto è quella di considerare il ripristino dei suoli una vera infrastruttura strategica per l’adattamento climatico. Secondo Save Soil, la tutela del terreno dovrebbe occupare un posto centrale nelle future politiche europee e nei negoziati internazionali sul clima, al pari delle misure dedicate all’energia e alla riduzione delle emissioni.

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