La plenaria della COP30 di Belém ha approvato all’unanimità il “Global Mutirão”, il compromesso politico che richiama la tradizione locale della collaborazione collettiva. Dopo due settimane di negoziati – e un’ultima maratona notturna sulle bozze conclusive – circa 200 Paesi hanno dato il via libera al testo. Assente, come per tutto il vertice, la delegazione statunitense.

Photo: © UN Climate Change – Kiara Worth

Il documento non contiene riferimenti espliciti ai combustibili fossili, elemento al centro di molte attese, né accoglie l’appello del presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva e di oltre 80 Paesi per una roadmap su petrolio, gas e deforestazione. Vengono però avviati nuovi processi di cooperazione, come il Global Implementation Accelerator e la Belém Mission to 1.5, pensati per sostenere percorsi nazionali di riduzione delle emissioni, in continuità con la linea tracciata dalla COP28 di Dubai.
Sul fronte finanziario, la decisione prevede il triplicamento dei fondi per l’adattamento entro il 2035, fino a 120 miliardi di dollari, con l’impegno a rendere la finanza climatica più prevedibile e accessibile per i Paesi vulnerabili. È inoltre presente un riferimento al commercio internazionale, inserito su richiesta della Cina, che «riafferma che le misure per combattere il cambiamento climatico, incluse quelle multilaterali, non dovrebbero costituire uno strumento arbitrario o ingiustificabile di discriminazione o una restrizione al commercio internazionale mascherata».

Lula ha accolto positivamente il risultato, affermando che «la scienza ha prevalso, il multilateralismo ha vinto». Al G20 di Johannesburg ha ricordato che «nell’anno in cui il pianeta ha superato per la prima volta, e forse in modo permanente, il limite di 1,5 gradi sopra i livelli preindustriali, la comunità internazionale si è trovata di fronte a una scelta: continuare o rinunciare. Abbiamo scelto la prima opzione».

In Italia, il think tank Ecco ha valutato l’esito come un primo passo, pur dentro un contesto geopolitico complesso. Per Luca Bergamaschi, direttore e co-fondatore, «il risultato di questa COP è un testo di compromesso che dà una prima risposta, non scontata nell’attuale contesto geopolitico, di come colmare il divario tra le politiche attuali e l’obiettivo di 1.5°C. Bene il ruolo dell’Europa nel portare tutti i Paesi ad accettare un aumento dell’ambizione». Bergamaschi aggiunge che «l’accordo della COP30 riafferma innanzitutto l’Accordo di Parigi come stella polare della cooperazione internazionale e dimostra che la maggioranza dei Paesi, con l’Europa al centro, è pronta ad avviare un percorso di uscita dai combustibili fossili».
Sui temi finanziari, la responsabile del Cluster Finanza di Ecco, Eleonora Cogo, ha osservato che «la COP di Belém dimostra che il resto del mondo avanza sul clima anche in assenza degli Stati Uniti. Lo abbiamo visto soprattutto sul fronte della finanza climatica, dove i Paesi hanno compiuto passi avanti significativi nel rafforzare prevedibilità del sostegno verso i paesi più vulnerabili. Inoltre, il fatto che qui si stia parlando di politiche commerciali, di transizione economica e sociale, dimostra che per poter influenzare le regole del futuro, bisogna essere presenti a questi tavoli».

Photo: © UN Climate Change – Zô Guimarães

Molto più critiche le letture giornalistiche. Luca Tremolada (Il Sole 24 Ore) parla di un fallimento quasi annunciato, con l’ambizione della vigilia che si è trasformata in cautela, poi in ritirata: «A Belém doveva andare in scena il miracolo diplomatico di Lula, la cosiddetta Mutirão decision. L’obiettivo era mettere nero su bianco una “road map”, una tabella di marcia vincolante per l’uscita dai combustibili fossili. Il risultato? La parola “road map” è sparita dal testo finale. Cancellata. Al suo posto ci troviamo con un “Global implementation accelerator”. Sembra un titolo altisonante da slide aziendale, ma nella pratica è un forum volontario, una “chiacchierata” cooperativa senza obblighi. I sauditi e i petro-Stati hanno vinto il braccio di ferro: non solo manca la tabella di marcia, ma è stato depotenziato anche il linguaggio della transition away faticosamente conquistato a Dubai. Abbiamo fatto un passo avanti per farne due indietro: la scienza chiede urgenza, la diplomazia ha risposto con burocrazia creativa».

Ancora più severo il giudizio di Ferdinando Cotugno di Domani: «Il commento quasi unanime della società civile, quelli che ci tengono e che sputano il sangue e producono idee e politica ogni settimana dell’anno, è che il compromesso finale è sì al ribasso, ma almeno abbiamo salvato il processo multilaterale, mandando un segnale a Trump. Io, pur rispettando questa posizione, e pur comprendendo quanto questa posizione provi a essere costruttiva, non sono proprio d’accordo. Il multilateralismo esce invece a pezzi dalla COP30, molto simile all’idea che ne ha il presidente degli Stati Uniti: paralizzato, cerimoniale, lontano dalla realtà sulla quale vuole incidere. Abbiamo un problema se pensiamo di poter tirare un sospiro di sollievo, perché non c’è nessun sollievo in uno strumento che ha perso il potere di cambiare la realtà e ha solo conservato quello di salvare se stesso».

Photo: © UN Climate Change – Kiara Worth

Il Post evidenzia inoltre l’assenza nel testo finale di impegni concreti contro la deforestazione, elemento particolarmente simbolico per una conferenza svoltasi nell’Amazzonia brasiliana. Il quotidiano sottolinea invece come risultato significativo l’aumento dei finanziamenti per l’adattamento: «riceveranno 120 miliardi di dollari all’anno, a fronte dello stanziamento di 300 miliardi di dollari da parte dei paesi più ricchi stabilito durante la COP29 l’anno scorso». La scadenza è però posticipata al 2035 invece che al 2030, come richiesto dai beneficiari.

Il commissario europeo al clima, Wopke Hoekstra, ha riconosciuto che «le ambizioni dell’Europa erano diverse», ma ha invitato a sostenere comunque l’intesa «perché almeno va nella giusta direzione». Sulla stessa linea il presidente della COP, André Corrêa do Lago, che ha ammesso aspettative più alte, impegnandosi però a proseguire il lavoro su piani per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili e contrastare la deforestazione.

L’appuntamento con la prossima COP è fissato per il novembre 2026 in Turchia, con co-presidenza australiana in rappresentanza dei paesi insulari del Pacifico (con una pre-COP da tenersi in una nazione del Pacifico). In occasione del vertice G20 a Johannesburg, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha specificato che la Cop31 si terrà ad Antalya, nel sud della Turchia, con Canberra che supervisionerà i negoziati formali in qualità di vicepresidente della Cop.

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