Il trilogo sulla direttiva “Green Claims”, previsto per lo scorso 26 giugno, è stato cancellato. A renderlo inutile è stata la decisione della Commissione europea di ritirare la proposta, che avrebbe imposto criteri rigorosi e verificabili per le dichiarazioni ambientali di prodotti e servizi sul mercato. Un ritiro che chiude, almeno per il momento, un percorso legislativo iniziato nel 2022 e interrotto prima del voto finale.

La direttiva, nel testo originario, mirava a regolare l’uso di affermazioni come “carbon neutral”, “impatto zero” o “plastic free”, imponendo prove basate su analisi del ciclo di vita (LCA), verifiche indipendenti e accesso digitale alle informazioni per i consumatori europei. Un sistema pensato per contrastare la proliferazione di claim generici o fuorvianti, restituendo credibilità al marketing ambientale.

Il ritiro della proposta è stato criticato dai presidenti delle due commissioni parlamentari competenti, Anna Cavazzini (Mercato interno e tutela dei consumatori) e Antonio Decaro (Ambiente, sanità pubblica e sicurezza alimentare): «Questo modus operandi rischia di creare un pericoloso precedente per il processo legislativo e per le procedure istituzionali, alimentando un confronto inutile ed evitabile tra i co-legislatori».
E ancora: «Non riteniamo corretto privare il Parlamento dell’opportunità di finalizzare i negoziati su una direttiva dopo due anni di lavoro legislativo e innumerevoli ore di impegno›.
‹Siamo quindi impediti dal discutere – e auspicabilmente concordare – una direttiva importante, che punta a promuovere la consapevolezza ambientale e la fiducia dei consumatori rendendo più affidabili e verificabili le dichiarazioni di marketing ambientale. Inoltre, contrastare il greenwashing creerebbe condizioni di concorrenza più eque per le imprese che operano già in modo sostenibile».

Lo stallo si deve in larga parte all’indebolimento del sostegno politico da parte degli Stati membri. L’Italia ha ritirato il proprio appoggio, contribuendo alla perdita della maggioranza qualificata in Consiglio. Tra i principali ostacoli sollevati, il timore che la direttiva imponesse un carico eccessivo di obblighi burocratici, soprattutto per le piccole imprese.
La Commissione ha dunque deciso di archiviare temporaneamente il testo, lasciando aperta la possibilità di una futura riformulazione. Resta da capire se si tratti di una pausa tattica in attesa di nuovi equilibri politici o di un vero e proprio abbandono del progetto.

Tuttavia, secondo diversi osservatori, il perimetro normativo contro il greenwashing non si svuota. Nonostante il fallimento della direttiva, infatti, l’UE non rinuncia a dotarsi di strumenti contro i claim ambientali ingannevoli. Fra le strategie anti-greenwashing già in vigore si segnala la direttiva sulle pratiche commerciali sleali (UCPD 2005/29/CE) che vieta già oggi dichiarazioni ambientali fuorvianti e consente alle autorità di sanzionare i claim privi di fondamento. È stata aggiornata per includere nella “lista nera” ulteriori forme di greenwashing.
O ancora, il Regolamento Ecodesign per Prodotti Sostenibili (ESPR) che, attivo dal 2024, introduce obblighi di durabilità, riparabilità e tracciabilità digitale per i prodotti. C’è poi la Direttiva “Right to Repair”, anch’essa adottata nel 2024, che impone ai produttori di garantire servizi post-vendita per favorire la riparazione e ridurre l’obsolescenza programmata.
Il Regolamento Batterie 2023/1542, invece, obbliga i produttori a fornire etichette digitali, contenuti minimi di materiale riciclato e sistemi di due diligence nella filiera, a garanzia della credibilità di ogni dichiarazione ambientale relativa agli accumulatori.
Dal 27 settembre 2026, poi, entrerà invece in vigore la “Empowering Consumers for the Green Transition”, direttiva che metterà al bando le etichette ambientali non sottoposte a verifica indipendente e diciture generiche come “eco-friendly”, prive di supporto misurabile. Mira a creare un linguaggio unico per 450 milioni di consumatori europei.

In assenza della direttiva “Green Claims”, resta comunque lecito domandarsi come verrà assicurata piena trasparenza e comparabilità nelle promesse ambientali rivolte ai consumatori e agli investitori. La cornice regolatoria è in parte già operativa, ma l’assenza di uno strumento specifico dedicato ai claim rischia di lasciare “spazi ambigui” nel mercato. Se e quando la Commissione vorrà riaprire il dossier resta una domanda aperta. Ma l’urgenza del tema – per la transizione ecologica e per la fiducia nel mercato – resta intatta.

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