Il problema non è che non sappiamo cosa sta succedendo alla Terra, ma cosa succede quando iniziamo a non credere e dare fiducia nemmeno agli strumenti che ci permettono di capirlo. Ed è quello che sta accadendo con l’IPCC. L’Intergovernmental Panel on Climate Change non è un laboratorio, non è un’università, non è un think tank, ma è il luogo in cui la conoscenza scientifica globale sul clima viene raccolta, verificata e resa leggibile per chi deve prendere decisioni. Senza l’IPCC, non avremmo delle regole e dei dati che oggi permettono di dire quanto si sta scaldando il pianeta, quali sono i rischi e quanto tempo resta per cambiare.
Eppure questo sistema, che tiene insieme migliaia di scienziati e decenni di ricerca, funziona con risorse minime e instabili: i finanziamenti arrivano su base volontaria dagli Stati, senza un obbligo preciso. Il risultato è un equilibrio fragile: nel 2021 il budget annuale era intorno ai 6 milioni di euro, salito a meno di 8 milioni nel 2022 , cifre che restano sorprendentemente basse rispetto alla scala del problema globale che l’IPCC aiuta a governare. Quando si parla di difficoltà finanziarie o di possibili tagli nei prossimi anni, non si parla quindi di una crisi improvvisa, ma di una fragilità strutturale che esiste da sempre: un sistema centrale per la governance climatica globale che dipende da contributi volontari e discontinui.
E questo arriva in un momento preciso, come ci dimostra la realtà quotidiana, oggi la Terra è in una fase in cui i margini di errore si stanno riducendo rapidamente. Il cosiddetto “carbon budget”, cioè la quantità di CO₂ che possiamo ancora emettere per restare sotto determinate soglie di temperatura, si sta esaurendo. Se le emissioni globali restassero ai livelli attuali, il budget compatibile con l’obiettivo più ambizioso verrebbe esaurito in pochi anni.
Allo stesso tempo, le spese per il clima hanno superato per la prima volta i mille miliardi di dollari all’anno, ma dovrebbero crescere di almeno cinque volte entro il 2030 per evitare gli impatti più gravi . E qui emerge una contraddizione difficile da ignorare: investiamo sempre di più per gestire la crisi climatica, ma continuiamo a investire relativamente poco nella produzione e diffusione della conoscenza che serve per affrontarla.
Non è solo una questione di numeri, è una questione di accesso. Se un organismo come l’IPCC deve ridurre le proprie attività, i primi effetti non si vedono nei grafici scientifici, ma nella capacità di trasformare quei grafici in decisioni. Meno traduzioni, meno sintesi per i decisori politici, meno strumenti per portare la scienza fuori dalle conferenze e dentro la società.
Mentre la scienza continua a dirci, con sempre maggiore precisione, cosa sta accadendo, le nostre risposte restano legate ad altre priorità. Oggi iniziamo a parlare seriamente di ridurre i consumi, di cambiare abitudini, di limitare l’uso dell’auto o dell’energia. Ma spesso queste misure emergono in risposta a crisi economiche o geopolitiche, non alla crisi climatica in sé. È come se la direzione fosse giusta, ma il motivo per cui la imbocchiamo fosse sbagliato e questo cambia la velocità, la profondità, la durata delle trasformazioni.
In questo contesto, anche il significato di “celebrare la Terra” cambia radicalmente. Nel 1970, quando John McConnell propose per la prima volta una giornata dedicata al Pianeta, l’idea era semplice: fermarsi, riconoscere la Terra come sistema fragile, collegare ambiente e pace. Era un gesto culturale, quasi simbolico. Oggi quella stessa celebrazione, che ritroviamo nell’Earth Day, non è più solo un momento di consapevolezza. È un momento di verifica.
In più di cinquant’anni, la pressione umana sul pianeta è cresciuta in modo esponenziale: più popolazione, più consumo di risorse, più emissioni, più sistemi naturali sotto stress, ma soprattutto è cambiata la natura della crisi, da locale e visibile a globale e sistemica.
La Terra che celebriamo oggi non è semplicemente più “inquinata” rispetto al 1970, è più interconnessa, più instabile, più difficile da leggere e proprio per questo, strumenti come l’IPCC diventano ancora più centrali.
Alla fine, il punto non è se la scienza esista ma se riusciamo ancora a renderla centrale, a mantenerla accessibile, comprensibile e utilizzabile.
Andrea Grieco è un divulgatore ambientale e ricercatore esperto di crisi climatica e diritti umani. Collabora con ONU, Commissione Europea, G7/G20 e UNESCO, ed è stato nominato Top Voice Ambiente da LinkedIn Italia. Attraverso il suo profilo Instagram @andrea.grieco, racconta in modo pop e accessibile le connessioni tra ingiustizie ambientali e sociali, con l’obiettivo di trasformare l’ansia climatica in consapevolezza e azione.
