Dal 17 gennaio è entrato ufficialmente in vigore il Trattato ONU sull’alto mare, il primo accordo globale pensato per proteggere e gestire in modo coordinato le aree oceaniche che si trovano al di fuori delle giurisdizioni nazionali. Si tratta di circa due terzi degli oceani del pianeta, oggi in gran parte privi di strumenti efficaci di tutela, nonostante il loro ruolo centrale per il clima, la biodiversità, l’economia e la sicurezza alimentare globale.
Il Trattato, noto anche come accordo sulla biodiversità al di fuori della giurisdizione nazionale (BBNJ), è stato adottato nel giugno 2023 dopo quasi vent’anni di negoziati e ha raggiunto nel settembre 2025 la soglia delle 60 ratifiche necessarie per l’entrata in vigore. Ad oggi sono 81 i Paesi che lo hanno ratificato, mentre la prima Conferenza delle Parti (COP) è attesa entro la fine dell’anno.

Il cuore dell’accordo è l’introduzione di un meccanismo giuridicamente vincolante che consente di istituire reti di aree marine protette (AMP) in acque internazionali. Un passaggio chiave per avvicinarsi all’obiettivo globale di proteggere almeno il 30% degli oceani entro il 2030, come stabilito dal Quadro globale per la biodiversità. Attualmente, poco più dell’1% dell’alto mare risulta protetto. Il Trattato rafforza inoltre gli obblighi di valutazione di impatto ambientale per le attività marine con potenziali effetti ecologici significativi – dalla pesca al trasporto marittimo, dalla posa di cavi all’estrazione di risorse – e introduce regole più stringenti in materia di trasparenza, cooperazione scientifica e condivisione equa dei benefici derivanti dalle risorse genetiche marine.

Il WWF ha accolto l’entrata in vigore dell’accordo come una svolta storica. «L’entrata in vigore del Trattato sull’alto mare segna un momento storico per gli oceani del mondo e per tutti noi che da essi dipendiamo. Con la sua trasformazione in diritto internazionale, il trattato inaugura una nuova era di governance e cooperazione oceanica, con un immenso potenziale per garantire oceani ed economie più sani e resilienti. Questo è solo l’inizio del viaggio: esortiamo i governi e le imprese a collaborare per attuare efficacemente il trattato, e incoraggiamo i paesi che non l’hanno ancora fatto ad aderirvi», ha dichiarato Kirsten Schuijt, direttrice generale del WWF International.
Secondo l’organizzazione ambientalista, le pressioni crescenti sugli ecosistemi marini – dalla pesca distruttiva all’inquinamento, dal traffico navale ai cambiamenti climatici, fino a minacce emergenti come l’estrazione mineraria dei fondali profondi – non possono essere affrontate da singoli Stati o da organismi settoriali isolati. È proprio su questo vuoto di governance che interviene il Trattato, introducendo un approccio coordinato e globale.

In questo scenario, l’assenza dell’Italia stride. Il nostro Paese non ha ancora ratificato l’accordo, nonostante faccia parte della coalizione di Stati che ne avevano promesso una rapida implementazione. Per questo WWF Italia, insieme a Blue Marine Foundation, ClientEarth, Greenpeace Italia, LIPU e Marevivo, ha scritto ai ministri dell’Economia Giancarlo Giorgetti e dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin. Nella lettera le associazioni avvertono che il ritardo nella ratifica «rischia di compromettere la credibilità del Paese e di indebolirne il ruolo nelle politiche globali di tutela ambientale», mentre una ratifica rapida rappresenterebbe «un segnale concreto e coerente rispetto agli impegni assunti».

L’Italia non è l’unico grande assente. Tra i Paesi che non hanno ancora ratificato il Trattato figurano anche Stati Uniti, Cina, Russia, Giappone e Germania. Ma le critiche delle organizzazioni ambientaliste si concentrano soprattutto sulla situazione nazionale.
«Il Trattato ONU sull’alto mare entra in vigore oggi, ma l’Italia non l’ha ratificato», osserva la fondazione Marevivo. L’associazione richiama l’attenzione anche sul quadro interno: oggi le aree marine protette italiane sono 32 (di cui due parchi sommersi), a fronte delle 52 previste dalla normativa. «Il nostro Paese ha una straordinaria biodiversità terrestre e marina che deve essere tutelata. Noi, che di mare ci occupiamo da 40 anni, siamo intervenuti per una politica rinnovata rivolta alle Aree Marine Protette che secondo la Legge n. 394 del 1991 devono diventare 52», aveva dichiarato la presidente Rosalba Giugni, senza che finora si siano registrati risultati concreti.
Anche Greenpeace sottolinea l’assenza dell’Italia e denuncia una lunga serie di rimpalli istituzionali. «Siamo ancora lontani dall’obiettivo di proteggere almeno il 30% dei mari italiani entro il 2030», afferma Valentina Di Miccoli, responsabile della campagna Mare di Greenpeace Italia. «Le Aree Marine Protette in Italia sono poche, piccole e coprono una superficie irrisoria di mare. Sostenere i loro progetti di tutela e ampliamento è essenziale per limitare l’inquinamento e lo sfruttamento del Mediterraneo. È il momento di ratificare quanto prima il Trattato globale sugli oceani anche in Italia».
I dati confermano una situazione critica: meno dell’1% dei mari italiani è oggi protetto da misure di conservazione realmente efficaci. Per affrontare questo divario, un anno fa Blue Marine Foundation e Greenpeace Italia hanno avviato il progetto “AMPower”, che supporta le aree marine protette nei processi di ampliamento, rizonizzazione e gestione dei siti Natura 2000. Un lavoro che ha messo in luce problemi strutturali ricorrenti: governance frammentata, carenza di personale e fondi, scarsa sorveglianza, assenza di regole efficaci contro l’over-tourism e tutele spesso solo formali, soprattutto nei Siti di Interesse Comunitario marini, esposti a pressioni come la pesca a strascico.
Mentre il Trattato sull’alto mare apre una nuova fase nella governance globale degli oceani, l’Italia resta ferma. Per le organizzazioni ambientaliste, colmare questo ritardo non è solo una questione di credibilità internazionale, ma una scelta necessaria per allineare le politiche nazionali agli impegni globali sulla biodiversità marina.

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