Anche il settore outdoor italiano sta iniziando a confrontarsi con le sfide della sostenibilità, ma il quadro che emerge dalla prima indagine nazionale sullo stato di maturità ESG del comparto è disomogeneo. La ricerca, condotta da Green Media Lab con il supporto dell’Italian Outdoor Group, è stata presentata durante l’undicesima edizione degli Outdoor & Running Business Days, evento di riferimento per il mercato outdoor e running in Italia, organizzato dal gruppo MagNet, editore tra gli altri di Outdoor Magazine.

Lo studio ha coinvolto 20 aziende con un fatturato superiore ai 10 milioni di euro — tra cui Tecnica, Vibram, La Sportiva, Scarpa, Montura, Ferrino, Oberalp — valutandole secondo dieci indicatori chiave, tra cui la presenza di un piano strategico ESG, pratiche di eco-innovazione, gestione della filiera, strategia climatica, politiche di Diversity & Inclusion.
I risultati restituiscono un quadro decisamente polarizzato: alcune aziende appaiono già attive su più fronti, con obiettivi definiti e allineati agli standard internazionali; altre, invece, non presentano elementi minimi di governance sostenibile o forme strutturate di rendicontazione.

Tra le criticità più ricorrenti:
– Il 60% delle aziende non ha una figura o un team dedicato alla sostenibilità.
– Il 45% non pubblica alcuna forma di rendicontazione ESG conforme agli standard internazionali.
– Il 40% non ha una sezione ESG sul proprio sito web.
Inoltre, solo 1 azienda su 20 adotta una strategia concreta in tema di Diversity & Inclusion; per il 50%, il tema è del tutto assente.

La ricerca ha incluso anche una fase qualitativa, rivolta alle imprese con performance ESG più deboli. Tra i principali ostacoli indicati compaiono la scarsità di risorse economiche, l’assenza di dati strutturati e difficoltà nel misurare l’impatto. Questi limiti alimentano un atteggiamento prudente nella comunicazione esterna, spesso riconducibile al fenomeno del greenhushing, ovvero quella pratica, diametralmente opposta al greenwashing, che vede le aziende sottovalutare o addirittura occultare i propri sforzi per la sostenibilità.

“Tre aziende su cinque dichiarano di aver avviato iniziative sostenibili ma di non comunicarle”, si legge nel rapporto, “per timore di esporsi senza risultati solidi o misurazioni affidabili”. Un approccio che riflette la tensione tra volontà e capacità, e la difficoltà di coniugare l’azione con una narrazione credibile.

Tuttavia, la spinta dal mercato non manca. L’80% delle imprese intervistate riferisce di aver ricevuto richieste o pressioni da clienti, distributori o fornitori su tematiche ESG. E tra le aziende meno strutturate, la totalità dichiara di voler intraprendere un percorso in questa direzione entro i prossimi tre anni.

Siamo insomma ancora alla fase iniziale del percorso verso una reale transizione, sebbene appaia evidente che, anche per le imprese dell’outdoor italiano, le azioni più efficaci sono rafforzare la governance, migliorare la trasparenza e sviluppare competenze lungo la filiera.

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