Il futuro climatico dell’Italia non è una proiezione astratta: sta già prendendo forma. A dirlo, da prospettive diverse ma convergenti, sono lo studio ENEA sul clima al 2100 e il bilancio 2025 dell’Osservatorio Città Clima di Legambiente. Il primo guarda avanti, con modelli ad altissima risoluzione; il secondo fotografa l’anno appena concluso. In mezzo, un dato comune: l’aumento della frequenza e dell’intensità degli eventi estremi e la difficoltà del Paese a farsi trovare pronto.
Secondo lo studio dell’ENEA – Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile – entro la fine del secolo l’Italia e l’intero bacino del Mediterraneo saranno interessati da un aumento generalizzato delle temperature e da una riduzione media delle precipitazioni. A questo quadro si accompagnerà, però, un incremento marcato degli eventi estremi, in particolare temporali intensi e alluvioni improvvise, soprattutto in autunno sulle Alpi.
La ricerca si basa su proiezioni climatiche regionali ad altissima risoluzione, fino a 5 chilometri, costruite attraverso simulazioni del clima passato (1980–2014) e futuro (2015–2100), utilizzando tre diversi scenari socioeconomici e climatici: da quelli orientati alla sostenibilità ambientale a quelli in cui la decarbonizzazione non è centrale. «Abbiamo utilizzato proiezioni climatiche regionali ad altissima risoluzione (fino a 5 km), che – come una lente di ingrandimento – ci hanno permesso di conoscere con estrema precisione gli impatti attesi al 2100, soprattutto in relazione agli eventi estremi e ai fenomeni locali», spiega la coordinatrice dello studio Maria Vittoria Struglia, ricercatrice del Laboratorio ENEA Modelli e servizi climatici. «Le proiezioni climatiche regionali – aggiunge – sono uno strumento estremamente utile per stimare in modo più affidabile gli impatti del cambiamento climatico su scala locale. Consentono inoltre di progettare strategie di adattamento mirate, che tengano conto delle specificità territoriali e stagionali».
I risultati mostrano come nelle aree montuose il riscaldamento sarà particolarmente accentuato: nello scenario a più elevato impatto, le temperature estive potrebbero aumentare fino a +4,5 °C e quelle autunnali fino a +3,5 °C. Un’intensità che i modelli globali a bassa risoluzione non riescono a cogliere. Sul fronte delle precipitazioni, il quadro complessivo è di un clima più secco in tutte le stagioni, soprattutto in estate. Ma nei due scenari più critici cresce la frequenza e l’intensità delle piogge estreme, in particolare nel Nord Italia e nelle aree alpine e subalpine.
Nel dettaglio, tra il 2071 e il 2100, in inverno si prevede un aumento dell’intensità delle precipitazioni nelle Alpi occidentali e una lieve diminuzione in quelle orientali; al Sud, invece, l’intensità calerà, con un decremento marcato sui rilievi della Sicilia. In primavera lo schema è simile, ma con un aumento più diffuso su tutto l’arco alpino. In estate si registra una diminuzione generalizzata dell’intensità delle precipitazioni estreme, soprattutto lungo le coste tirreniche. In autunno, nello scenario più severo, l’intensità delle piogge estreme aumenta in modo significativo su gran parte del territorio nazionale, con gli incrementi più forti nel Nord Italia.
«Negli ultimi anni, lo sviluppo di tecnologie sempre più potenti ha reso possibile proiezioni climatiche regionali molto più dettagliate che hanno permesso di valutare gli impatti locali del cambiamento climatico e dei rischi connessi al clima, nonché supportare politiche di adattamento e mitigazione», sottolinea Struglia. «Questo rappresenta un progresso significativo per la regione mediterranea, un hotspot climatico caratterizzato da una morfologia fortemente eterogenea […], particolarmente vulnerabile agli impatti di fenomeni meteorologici estremi su scala locale, che possono influenzare in modo significativo il benessere e l’economia delle comunità locali».

Quel futuro delineato dai modelli è già visibile nei dati del 2025. Secondo il bilancio finale dell’Osservatorio Città Clima di Legambiente, realizzato con il gruppo Unipol, l’anno si chiude con 376 eventi meteo estremi: il secondo valore più alto degli ultimi undici anni, dopo il record del 2023 (383 episodi). Si tratta di un aumento del 5,9% rispetto al 2024. A crescere in modo particolarmente marcato sono stati i casi legati a temperature record (+94,1%), le frane da piogge intense (+42,4%) e i danni da vento (+28,3%).
Nel dettaglio, nel 2025 si sono registrati 139 allagamenti da piogge intense, 86 danni da vento e 37 esondazioni fluviali. Lombardia, Sicilia e Toscana sono state le regioni più colpite; tra le province, Genova, Messina e Torino. Genova ha contato 12 eventi meteo estremi, Milano e Palermo 7 ciascuna. A livello regionale, la Lombardia ha registrato 50 casi, la Sicilia 45 e la Toscana 41. Tra le province più colpite figurano Genova (16 eventi), Messina e Torino (12), Firenze e Treviso (11), Milano (10), Como, Lecce, Massa Carrara e Palermo (9). Il Sud ha sofferto in particolare per la siccità, con Sardegna, Sicilia e Puglia in prima linea.
I danni economici sono già rilevanti. Secondo uno studio dell’Università di Mannheim citato da Legambiente, nel 2025 ammontano a 11,9 miliardi di euro e potrebbero salire a 34,2 miliardi entro il 2029. A preoccupare è anche l’impatto sui trasporti: 24 episodi hanno causato danni e ritardi a treni e trasporto pubblico locale, a causa non solo di piogge e frane, ma anche di temperature record e forti raffiche di vento.
«La crisi climatica non fa sconti a nessuno», avverte Legambiente, che chiede di accelerare sull’attuazione del Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, approvato a fine 2023, e di approvare una legge contro il consumo di suolo. Le misure previste sono 361, da adottare a livello nazionale e regionale, insieme all’istituzione di un Osservatorio nazionale per l’adattamento con il coinvolgimento di Regioni ed enti locali.
«Ancora una volta l’Italia – commenta Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente – si è fatta trovare impreparata di fronte a una crisi climatica che è una dura realtà da molti anni. Continuiamo a rincorrere le emergenze, invece che lavorare su piani di mitigazione e di adattamento e prevenzione».
