Un tempo distesa di campi, filari e vigneti, oggi la Pianura Padana è tra le aree più inquinate d’Europa. Com’è noto, la sua conformazione geografica – chiusa tra Alpi e Appennini, aperta solo verso l’Adriatico – ostacola il ricambio d’aria e favorisce l’accumulo di polveri sottili e gas serra. In quest’area, che si estende per 46.000 km² e ospita oltre un terzo della popolazione italiana, l’agricoltura genera circa il 55% delle emissioni complessive del settore a livello nazionale.
Eppure, secondo una ricerca condotta dall’Università degli Studi di Milano e dal Massachusetts Institute of Technology (MIT), proprio la Pianura Padana potrebbe trasformarsi da hotspot climatico a laboratorio di sostenibilità. Lo studio, pubblicato su Scientific Reports, analizza il potenziale del ripristino della Coltura Promiscua, un’antica pratica agricola basata sulla coltivazione congiunta di alberi, cereali, ortaggi e foraggi nello stesso appezzamento.
Attraverso un approccio interdisciplinare che combina fonti storiche e modelli computazionali, i ricercatori hanno stimato che, in passato, questo sistema agroforestale era in grado di immagazzinare oltre 75 tonnellate di carbonio per ettaro. La sua riabilitazione oggi potrebbe aumentare la capacità di sequestro del carbonio atmosferico del paesaggio rurale fino al 12%, un risultato che, se perseguito tramite la sola afforestazione, richiederebbe la conversione in bosco di circa un quarto delle superfici agricole esistenti.
«In questo contesto così critico – spiega Filippo Brandolini, Marie Curie Fellow presso l’Università degli Studi di Milano e il MIT – restaurare la Coltura Promiscua non solo aumenterebbe la capacità di stoccaggio del carbonio atmosferico, ma apporterebbe anche molteplici benefici ambientali tipici dei sistemi agroforestali: migliorare la fertilità del suolo, ridurre l’erosione, regolare i cicli idrici, favorire la biodiversità, sostenere gli impollinatori, limitare l’impatto dei parassiti, migliorare la qualità dell’aria e contribuire alla regolazione del microclima rurale».
Oltre al valore ecologico, sottolinea Brandolini, la Coltura Promiscua rappresenta anche un patrimonio culturale e identitario: «La sua scomparsa non ha significato soltanto perdita di biodiversità e di capacità ecologica, ma anche una frattura culturale nella trasmissione del sapere agricolo tradizionale».
Documentata nei trattati agronomici sin dal Medioevo, la Coltura Promiscua è stata per secoli la forma dominante di gestione agricola tra Lombardia, Emilia-Romagna e Appennino settentrionale. Nel XIX secolo copriva oltre 1,9 milioni di ettari, rendendola una delle più vaste aree agroforestali d’Europa. Il Novecento, con la meccanizzazione, le riforme agrarie e l’urbanizzazione, ne ha però determinato il declino: lo studio registra una perdita del 97% delle superfici agroforestali tra il 1929 e il 2024.
«Questa ricerca dimostra che le conoscenze rurali tradizionali, spesso considerate obsolete, possono tornare a essere strumenti cruciali per costruire un’agricoltura più sostenibile e resiliente», conclude Brandolini. «Sostenere il recupero della Coltura Promiscua non rappresenta un nostalgico ritorno al passato, ma un passo verso un’agricoltura multifunzionale e rigenerativa, capace di coniugare produttività, resilienza e sostenibilità ambientale. Potrebbe trasformare la Pianura Padana da epicentro dell’inquinamento a laboratorio di soluzioni climatiche innovative».
