L’Ipsos Flair Italia 2026, il rapporto annuale di Ipsos Doxa che analizza i valori, i comportamenti e le trasformazioni della società italiana, dei consumatori e dei cittadini, restituisce un quadro articolato in merito al tema della sostenibilità ambientale: la coscienza green cresce, ma le strutture economiche e politiche faticano a tenere il passo.
La crisi ambientale contemporanea, come scrive in Flair 2026 il curatore Enzo Risso, è uno dei tanti labirinti in cui siamo tutti – persone, famiglie, aziende – siamo intrappolati. Ma quello verde è forse il più intricato: un groviglio di contraddizioni tra coscienza ecologica in espansione e strutture economiche che resistono al cambiamento.

Lo scollamento tra istituzioni e cittadini
Già la Cop30 di Belém aveva lanciato segnali preoccupanti: appena 60 capi di Stato presenti, contro i 150 di Dubai nel 2023. Un calo di attenzione evidente, amplificato dal contesto geopolitico attuale.
I cittadini se ne sono accorti. Il 45% degli italiani e il 49% dei francesi ritengono che i propri governi non facciano abbastanza. Seguono Olanda e Svezia (44%), Spagna (43%), Stati Uniti (39%), Gran Bretagna (36%).
Lo sguardo critico si estende alle imprese: il 73% degli italiani e il 74% dei francesi pensano che le aziende siano troppo concentrate sui profitti, trascurando l’ambiente. Opinione condivisa da olandesi e tedeschi (71%), inglesi (69%), americani (67%).
Emerge una forte domanda di equità: il 70% degli italiani ritiene che le imprese dovrebbero destinare parte dei profitti alla lotta climatica. Il 66% pensa che i grandi patrimoni dovrebbero contribuire maggiormente. È una richiesta di responsabilità condivisa che intreccia giustizia climatica e giustizia sociale.

Le imprese: progressi e resistenze
Il 66% delle aziende italiane ha introdotto sistemi di monitoraggio della sostenibilità. Le motivazioni principali? Gestire rischi normativi (54%), eventi climatici estremi (49%), danni reputazionali (39%) e criticità nella supply chain (35%).
Il restante 34% non ha ancora compiuto questo passo. Per il 40% la sostenibilità non rappresenta una priorità strategica. Per il 25% mancano obblighi normativi. Per il 21% le normative risultano poco chiare. Per il 20% mancano risorse finanziarie. Tradotto: se non sei costretto, non ti muovi.

La spinta dal basso
Nonostante tutto, la voglia di cambiare c’è. A guidare la spinta green in Europa sono tedeschi e olandesi (47%), seguiti da francesi (44%), italiani (41%), inglesi e spagnoli (40%). Nel resto del mondo spiccano Corea del Sud (55%), Singapore (47%), Giappone (44%).
La transizione verde non è fallita, ma è sicuramente incrinata. E le crepe non sono accidentali: sono il sintomo di tensioni profonde tra ecologia e capitalismo, tra democrazia e tecnocrazia, tra interesse individuale e bene collettivo.
La frattura non segue più le tradizionali linee ambientaliste. Si sta ridefinendo lungo un nuovo asse: una parte maggioritaria di cittadini globali identifica nelle grandi imprese e nei super-ricchi i principali responsabili dell’inerzia climatica. L’idea che la lotta al cambiamento climatico debba essere finanziata attingendo ai profitti straordinari non è più percepita come misura tecnica, ma come risposta a una diffusa istanza di maggiore etica nella gestione delle imprese.

Il cambio di prospettiva necessario
La via d’uscita dal labirinto ambientale richiede di affrontare almeno tre aspetti.
Primo: riconoscere la giustizia climatica come principio organizzativo della transizione. Non si possono chiedere sacrifici a chi fatica ad arrivare a fine mese. Serve superare il modello tecnocratico attraverso meccanismi redistributivi e partecipativi.
Secondo: trasformare la sostenibilità da variabile aggiuntiva a criterio strutturante delle logiche produttive. Le aziende non possono più permettersi di trattare il green come una casella da spuntare nel report annuale.
Terzo: invertire la scala delle responsabilità. Non più prima i cittadini, poi lo Stato, poi le aziende. Ma prima le aziende, poi lo Stato, poi i cittadini.
La green society, sebbene incrinata, conserva nelle sue fratture la possibilità di ricomposizioni inedite. Ma serve coraggio. Serve riconoscere che la transizione ecologica non è una questione di tecnologia o di buone pratiche individuali: è una trasformazione della società nel suo insieme.

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