Ogni lingua che scompare porta via con sé una visione del mondo. Eppure, oggi assistiamo a una vera e propria estinzione linguistica di massa: secondo le Nazioni Unite, circa il 40% delle oltre 7.000 lingue parlate al mondo è a rischio di scomparsa entro la fine del secolo. La crisi climatica, accelerando lo sfollamento forzato, la distruzione degli ecosistemi e la marginalizzazione sociale, agisce come un catalizzatore silenzioso di questa perdita. Non è solo un tema di folklore o tradizione: perdere una lingua significa perdere conoscenze ecologiche, sistemi di gestione delle risorse, racconti legati al territorio che possono essere fondamentali per la resilienza climatica.

Le lingue indigene soffocano insieme ai loro territori
Nell’Artico, i popoli Sámi vedono il proprio lessico ridursi di generazione in generazione. Parole antiche che descrivono diversi tipi di neve, pascoli, cicli stagionali, stanno scomparendo perché il riscaldamento globale ha stravolto quei riferimenti. Le lingue sámi sono oggi tutte classificate dall’UNESCO come vulnerabili, ma la crisi climatica ne accelera il declino fonetico e culturale.
In Bihar, India, studi recenti mostrano che le alluvioni ricorrenti, la siccità e le migrazioni interne stanno erodendo l’uso quotidiano di lingue come Angika, Bajjika, Surjapuri e Tharu. Le comunità costrette a spostarsi adottano l’hindi o l’inglese, e con la scomparsa di ecosistemi come foreste e zone umide, anche il lessico ecologico (nomi di alberi, uccelli, tecniche agricole tradizionali) si estingue (Times of India, 2025).

Sostenibilità culturale: la crisi linguistica è una crisi climatica
La perdita delle lingue è strettamente legata alla vulnerabilità socio-ambientale. Secondo un’analisi pubblicata nel 2025 su Global Affairs Journal, le lingue indigene non sopravvivono alla distruzione degli habitat e alla marginalizzazione economica delle comunità che le parlano. Quando le risorse naturali si esauriscono o i territori diventano inabitabili, le persone si spostano. E quando si spostano, spesso sono costrette a rinunciare alla propria lingua per integrarsi in nuovi contesti.
Oggi, circa due lingue indigene scompaiono ogni mese (UNID Formazione, 2025). Non si tratta solo di un dramma identitario: con queste lingue si perdono anche conoscenze vitali per la gestione della biodiversità, delle risorse idriche, dei cicli agricoli.

Non è folklore: le lingue come strumenti di adattamento climatico
Le lingue indigene contengono saperi adattivi fondamentali. La Convenzione sulla Diversità Biologica dell’ONU riconosce il ruolo delle conoscenze tradizionali nella gestione sostenibile delle risorse naturali. Ma senza habitat stabili e politiche di tutela linguistica, quei saperi svaniranno. La giustizia climatica, quindi, non può ignorare la dimensione culturale: difendere il clima significa anche difendere le culture, le lingue e le comunità che le incarnano.
Le proposte ci sono: dal Loss and Damage Fund istituito alla COP27, ai programmi UNESCO per la documentazione e digitalizzazione delle lingue in pericolo. Ma finché questi fondi restano bloccati dalla lentezza politica, il processo di erosione linguistica continuerà.

Difendere il clima, difendere le voci
La crisi climatica non è un problema esclusivamente ambientale o economico. È una crisi di identità, di memoria, di diritto alla parola. Ogni lingua che scompare è un pezzo di umanità che si spegne. E come per la temperatura media globale, non abbiamo più tempo da perdere. La difesa del clima e la difesa della diversità linguistica sono la stessa battaglia. Ed è una battaglia per i diritti umani.

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