Gaza ci riguarda. Anche se è lontana. Anche se è scomoda. Anche se disturba la nostra timeline. Ci riguarda perché parla di giustizia. E senza giustizia, non può esserci sviluppo sostenibile. Né climatico, né sociale, né umano. In questi mesi, Gaza è diventata il simbolo estremo di quanto possano essere fragili i diritti fondamentali. Il diritto alla vita, all’acqua, alla casa, alla salute. Il diritto a respirare, letteralmente. È difficile parlare di sostenibilità quando interi quartieri vengono rasi al suolo, quando l’accesso all’acqua potabile è negato, quando il sistema sanitario collassa sotto le bombe. Eppure, proprio qui, in questa zona grigia tra guerra, colonizzazione e crisi ambientale, si gioca il futuro della sostenibilità globale.

Lo sviluppo sostenibile non è neutro
L’Agenda 2030 dell’ONU è chiara: sviluppo sostenibile significa non lasciare indietro nessuno. Significa garantire diritti, opportunità e giustizia alle comunità più vulnerabili. Ma a Gaza, dove secondo l’ONU il 97% dell’acqua non è potabile e l’80% della popolazione dipende dagli aiuti umanitari, questi obiettivi sembrano una provocazione. A giugno 2024, il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) ha parlato apertamente di collasso ecologico a Gaza, con rischi enormi per salute pubblica, suoli, acqua, aria.
La sostenibilità non può essere una parola elegante nei consessi internazionali e un silenzio assordante davanti all’apartheid climatico. E nemmeno le istituzioni internazionali possono più permettersi questo doppio standard. Le Nazioni Unite oggi stanno fallendo su più fronti: non riescono a fermare i genocidi, non riescono a proteggere i civili, e faticano ad attuare concretamente gli impegni climatici. Il sistema multilaterale è nato per “salvare le future generazioni dal flagello della guerra” e per “proteggere la dignità umana”. Ma Gaza, come tanti altri conflitti e disastri ecologici nel mondo, ci dimostra quanto quelle promesse restino spesso lettera morta. E questo fallimento ha un prezzo altissimo: in vite, in fiducia, in futuro.

I territori segnati da disuguaglianze, conflitti e marginalizzazione cronica sono anche quelli più esposti agli effetti del cambiamento climatico. A Gaza, le temperature estive superano ormai regolarmente i 40°C, ma il 90% delle abitazioni non ha accesso stabile all’elettricità, né a sistemi di raffrescamento. Le infrastrutture idriche sono state colpite ripetutamente, rendendo difficile persino lavarsi o irrigare i pochi campi rimasti. Questo è il volto del classismo climatico: chi è povero, oppresso o sotto embargo, ha meno strumenti per proteggersi. Il cambiamento climatico agisce come un moltiplicatore delle ingiustizie, e Gaza è una delle zone zero di questa convergenza letale tra crisi ambientale e crisi dei diritti.

Parlare di giustizia climatica significa riconoscere che la crisi climatica non colpisce tutti allo stesso modo. Ma significa anche riconoscere che le cause e gli impatti non sono distribuiti equamente. Israele, ad esempio, ha un’impronta di carbonio pro capite tripla rispetto ai territori palestinesi, e controlla l’accesso alle risorse naturali essenziali: terra, acqua, energia solare, spazio. Secondo Human Rights Watch, dal 2007 a oggi le restrizioni israeliane hanno impedito a Gaza di sviluppare impianti di desalinizzazione, pannelli solari e infrastrutture verdi. È il green apartheid: l’impossibilità sistemica di accedere a soluzioni climatiche in una zona sottoposta a occupazione militare e blocco economico.
Gaza ci importa perché ci mostra cosa succede quando si parla di transizione ecologica in un mondo profondamente diseguale. Quando la sostenibilità diventa un privilegio di pochi, e non un diritto collettivo.

Non possiamo parlare di futuro senza guardare anche lì
Quando parliamo di futuro, di 2030, di resilienza climatica, non possiamo ignorare Gaza. Perché se i diritti umani sono opzionali, allora anche la sostenibilità lo è. E allora lo sviluppo sostenibile non è più sviluppo: è solo uno specchio rotto. Gaza ci riguarda. Non solo perché è giusto. Ma perché ci insegna che non ci sarà giustizia climatica senza giustizia politica. Che non basta parlare di emissioni, se non parliamo di accesso. Che la pace, la democrazia, la libertà di movimento e la dignità delle persone sono precondizioni per qualsiasi agenda climatica credibile.

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