Ogni anno in Italia vengono scartati quasi 102 milioni di capi di abbigliamento per bambini e ragazzi. Una quantità che, se impilata, raggiungerebbe un’altezza pari a 115 volte quella del Monte Everest. Su scala europea il dato supera 812 milioni di capi, delineando una filiera della moda infantile caratterizzata da ritmi di consumo elevati e da scarse strategie di riuso.
La ricerca condotta da Epson mostra una dinamica contraddittoria: il 37% dei genitori dichiara che i figli hanno nell’armadio capi mai indossati, mentre il 33% tende a disfarsene rapidamente, senza prendere in considerazione opzioni di recupero o circolarità. In media, per ciascun bambino vengono acquistati 60 capi all’anno, per una spesa che supera i 900 euro a famiglia. Molti di questi vestiti vengono indossati appena 25 volte, e il 23% dei genitori ammette di gettarli nella spazzatura per mancanza di tempo. Colpisce anche la scarsa consapevolezza sulla composizione dei materiali: il 52% non sa che la maggior parte degli indumenti contiene fibre sintetiche che richiedono fino a 450 anni per decomporsi.

Per mostrare come l’innovazione possa intervenire su questa crisi, Epson ha collaborato con la designer Priya Ahluwalia, figura di riferimento della moda etica, dando vita a una mini-collezione realizzata interamente con scarti tessili. Il progetto sperimenta la tecnologia Epson Dry Fibre, un processo che trasforma vecchi tessuti in nuove fibre senza utilizzo di acqua né sostanze chimiche aggressive. A questa si affianca la stampa digitale ad alta efficienza della serie Monna Lisa, capace di ridurre fino al 97% il consumo d’acqua nella colorazione dei tessuti.

Per Epson la tecnologia non basta senza un cambiamento culturale. «Tutti abbiamo un ruolo – afferma Maria Eagling, Chief Marketing Officer di Epson – dal privilegiare il riuso alla scelta di capi sostenibili. L’innovazione può accelerare il cambiamento, ma servono comportamenti più responsabili».
Anche Priya Ahluwalia richiama l’attenzione sulla dimensione globale del problema, spesso nascosta nei Paesi che subiscono gli effetti dell’eccesso produttivo occidentale. La mini-collezione diventa così un pretesto per rimettere al centro il valore dei capi e il peso delle scelte familiari. Una narrazione alternativa della moda, più circolare e più vicina ai limiti ambientali del pianeta. «Viaggiando in India e Nigeria – spiega Ahluwalia – sono stata testimone della reale portata dei rifiuti tessili prodotti dall’industria occidentale dell’abbigliamento. Quell’esperienza è rimasta con me e da allora mi impegno a lavorare in un modo più responsabile per le persone e per il pianeta, specialmente nel sud del mondo. Questa collaborazione con Epson va oltre la moda: si tratta di avviare conversazioni sulla sostenibilità a più livelli, dal modo in cui ci vestiamo a ciò che scegliamo per coloro che amiamo. Attraverso questa collezione in miniatura realizzata con la tecnologia Dry Fibre, speriamo di dimostrare che l’innovazione e l’immaginazione possono rimodellare il futuro della moda».

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