Nata nei primi anni ’10 a seguito della campagna Detox, ZDHC è oggi una fondazione senza scopo di lucro che continua a prefiggersi l’obiettivo costitutivo: promuovere una gestione responsabile delle sostanze chimiche nelle catene del valore globali dell’industria Fashion. Oggi sono quasi 400 i firmatari del protocollo su base volontaria nel settore moda e calzature, tra cui marchi quali Adidas, H&M, Levi Strauss & Co., LVMH, Kering, fornitori, retailer. Folta la delegazione italiana, che da sola pesa quasi il 10% del numero totale, vedendo importanti gruppi del panorama locale come Ermenegildo Zegna, Prada e OTB.
L’obiettivo di ridurre l’impronta chimica del settore, eliminando gradualmente le sostanze pericolose sin nelle fasi di lavorazione – non unicamente rispetto ai prodotti finiti – e guidando l’implementazione e la diffusione della cultura della sostenibilità nell’industria della moda, viene portata avanti attraverso diversi programmi e strumenti. Il più noto è senza dubbio la Manufacturers Restricted Substances List (MRSL), un elenco di sostanze vietate all’uso durante i processi produttivi, modulato in livelli di conformità dal meno sicuro (0) al 3 (minore probabilità che contenga sostanze pericolose, più sicuro).

Poche settimane fa Quantis ha avuto l’occasione di lavorare con ZDHC per la redazione di un report dal titolo “Protecting Supply Chains and Natural Capital: The Power of Safer Chemistry | How ZDHC’s sustainable chemical management framework supports environmental goals”. Uno studio dall’approccio pionieristico che ha dimostrato come l’adozione della MRSL può ridurre l’inquinamento ambientale a diversi livelli. In altre parole, esiste un potenziale misurabile di riduzione degli impatti ambientali se, nelle fasi di lavorazione – specialmente nei cosiddetti “processi ad umido” come concia, tintura e finissaggio – si adottano sostanze chimiche in linea con la MRSL. L’implementazione su ampia scala del framework ZDHC rappresenterebbe pertanto una modalità efficace, diretta e scalabile per ridurre le pressioni ambientali indotte dalle sostanze chimiche, con benefici evidenti su indicatori legati all’inquinamento di acqua, suolo e aria (tossicità su esseri umani ed acqua, utilizzo di acqua, eutroficazione), andando oltre la tradizionale valutazione della sola footprint climatica (comunque presa in considerazione). Una gestione proattiva delle sostanze chimiche a monte, resa possibile dalla metodologia ZDHC, potrebbe portare a riduzioni sostanziali – pari ad oltre l’80% degli impatti ambientali – in conformità ai quadri normativi emergenti.
Il report, pur esplicitando la necessità di ulteriori dati e ricerche sul campo, conclude che l’estensione dell’adozione degli strumenti di ZDHC ad altri settori manifatturieri potrebbe favorire un progresso armonizzato su scala globale verso l’eliminazione delle sostanze chimiche pericolose dalle fase di input di diversi processi produttivi.

Per quanto riguarda l’impatto climatico, è noto come nel settore Fashion le emissioni Scope 3, ovvero quelle che si verificano al di fuori del perimetro diretto di un’azienda, rappresentano la stragrande maggioranza dell’impatto nella maggioranza dei casi. I brand hanno quindi iniziato a implementare piani d’azione dedicati: in tutti appare cruciale il coinvolgimento della supply chain. Dal nostro osservatorio privilegiato sul settore, in Italia, abbiamo avuto modo di osservare come i brand stanno appunto lavorando con la catena del valore a programmi di collaborazione a lungo termine che ruotano attorno ad alcune fasi critiche comuni, che vanno dalla raccolta dei dati primari allo stabilimento di azioni mirate alla decarbonizzazione, alla ricerca attiva delle necessarie fonti di liquidità per finanziare e sostenere la transizione energetica. Tra questi dati primari, appunto in chiave decarbonizzazione, vengono raccolte informazioni precise sui consumi di energia, acqua, rifiuti ed utilizzo di sostanze chimiche.

Il punto di forza di questo report è appunto questo: nell’affermato richiamo a dati primari, fornisce la conferma scientifica che l’implementazione dei programmi ZDHC può essere un elemento chiave per ridurre in maniera quantificabile i propri impatti su indicatori importanti come quelli legati all’inquinamento (ecotossicità) dell’acqua e del suolo. Indicatori rilevanti per il contesto geografico – quali i distretti italiani – in cui questi processi produttivi avvengono.
ZDHC, consapevole dell’elevato peso della filiera nel Fashion, propone già un programma dedicato ai partner della supply chain: “Supplier to Zero”, programma modulare rivolto alle realtà manifatturiere, che consente di accedere al database, agli strumenti e alle linee guida ZDHC che affianca “Brand to Zero”, il programma dedicato ai Brand per guidare e monitorare gli input.

A mio parere, siamo alla vigilia di un momento importante per l’implementazione del framework ZDHC all’interno di una strategia nature/water, in società Fashion e non solo. Le evidenze del report ci indicano come renda possibile dimostrare concretamente la riduzione degli impatti su acqua e su altri indicatori ambientali, grazie a scelte consapevoli rispetto alla scelta e gestione dei chimici nei processi produttivi. Per questo, diventa quindi fondamentale considerare l’adozione di questo programma come leva di ingaggio della filiera, da portare avanti in parallelo ai temi legati alla decarbonizzazione.

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