A un mese dalla COP30 di Belem, che fra le altre misure ha introdotto il Tropical Forests Forever Facility, un fondo di investimento destinato a finanziare la conservazione delle foreste tropicali ricompensando i Paesi che agiscono contro la deforestazione, un nuovo report ci riporta all’urgenza dell’azione.
La valutazione annuale dell’EEA sul progresso verso gli obiettivi dell’8° Programma d’Azione Ambientale dipinge un quadro di “prospettive difficili” per il raggiungimento della maggior parte dei target ambientali fissati per il 2030 (Mitigazione del climate change, Economia circolare, Inquinamento, Biodiversità, Produzione e consumo, Condizioni abilitanti e Vivere bene entro i limiti del Pianeta). Tutti i target sulla biodiversità, ad esempio, avrebbero “alta probabilità di non essere raggiunti”: uno scenario tutt’altro che incoraggiante, dato che ancora oggi più dell’80% degli habitat naturali è in cattive condizioni – un dato che riflette l’impatto di modelli di produzione e consumo insostenibili.

Non solo: la lentezza nel progresso verso l’economia circolare rappresenta una delle più grandi incoerenze strategiche nel percorso verso la sostenibilità. Sebbene l’Unione Europea abbia stabilito un quadro normativo ambizioso, i risultati sul campo sono insufficienti: l’obiettivo di ridurre l’impronta di consumo e la dipendenza dalle risorse vergini è a rischio.
In un contesto in cui nessuna delle 28 aree di valutazione ha mostrato un miglioramento delle prospettive rispetto all’anno precedente, e con tre indicatori in peggioramento (tra cui la spesa per l’ambiente e il calo delle tasse ambientali), il nostro Continente si trova di fronte a una triplice crisi: forte inquinamento, impatti negativi dei cambiamenti climatici e perdita di biodiversità.
La capacità di invertire la rotta e raggiungere la neutralità climatica non è un target astratto, ma ha implicazioni reali: le perdite legate al clima, causate da eventi estremi più frequenti, sono infatti in aumento. Dati forniti dalla stessa EEA indicano che il danno economico legato alla crisi climatica in Europa ammonta a 208 miliardi nel solo triennio 2021 – 2024; una cifra che supera, per fare un confronto, il piano lanciato a febbraio dall’Unione Europea per rafforzare la posizione nel settore dell’intelligenza artificiale.

Che fare dunque? Il rapporto non è un verdetto definitivo, ma un energico appello all’azione, supportato dal fatto che molte soluzioni sono già a portata di mano e il loro successo dipende principalmente dalla velocità e dalla coerenza dell’implementazione. In questo quadro, le foreste europee emergono ancora una volta come l’infrastruttura naturale più vitale e, al contempo, più vulnerabile ai cambiamenti in atto.
Coprendo oltre 159 milioni di ettari (circa il 39% della superficie terrestre del Vecchio Continente), il loro ruolo è multifunzionale e cruciale per fattori come l’assorbimento della CO2, la conservazione e il miglioramento degli indici di biodiversità, delle fonti idriche e della qualità del suolo. Oltre ai benefici ambientali, le foreste possono sostenere le comunità rurali attraverso la bioeconomia circolare, fornendo materiali rinnovabili come il legno o prodotti forestali non legnosi come funghi, bacche e radici, in aggiunta a servizi ricreativi e occupazione.
Mancano poco meno di 5 anni al 2030 ed è scontato dire che, esattamente come accade nelle volate del ciclismo, la partita si gioca tutta in questi ultimi, durissimi eppure emozionanti chilometri. Chilometri in cui dovremmo portare ad un nuovo e più alto livello la capacità di proteggere e valorizzare il nostro patrimonio forestale, trasformando l’ambizione legislativa in risultati concreti e misurabili.

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