Andiamo subito al punto: quasi in tutte le aree forestali europee, dal Mediterraneo al Baltico, la situazione degli incendi è in netto peggioramento. Le cause e i fattori sono molti, e complessi – come complesso è far ordine in mezzo a tutti i dati raccolti e cercare di tradurli in strumenti che ci possano aiutare nella prevenzione, nel contrasto e nella gestione.

Questo è il ruolo dello European Forest Fire Information System (EFFIS), un network di esperti e organizzazioni internazionali (tra cui FAO e Nazioni Unite) da oltre 40 Paesi tra cui Albania, Algeria, Austria, Belgio, Bulgaria, Croazia, Cipro, Repubblica Ceca, Estonia, Finlandia, Francia, Ex Repubblica Iugoslava di Macedonia, Germania, Grecia, Ungheria, Irlanda e Italia, diventato operativo nel 2000 e che fornisce consulenza per migliorare la prevenzione degli incendi boschivi nelle regioni europee e mediterranee.

La base di partenza è il Fire Weather Index (FWI), un indice meteorologico utilizzato in tutto il mondo per stimare il pericolo di incendio in un determinato periodo e in una determinata area. Questo indice è costituito da diverse componenti che tengono conto ad esempio degli effetti dell’umidità del combustibile e del vento sul comportamento e sulla propagazione degli incendi: più alto è l’FWI, più favorevoli sono le condizioni meteorologiche per l’innesco di un incendio. Attualmente le classi di rischio individuate sono 5 – Molto basso-Basso, Moderato, Alto, Molto alto ed Estremo – ma da Giugno 2021 se ne è aggiunta una sesta: “Molto estremo”.

Cosa sta cambiando
L’ultimo e più aggiornato documento disponibile di EFFIS, il Pan-European wildfire risk assessment, è del 2022 e racchiude dati molto preoccupanti: solo nell’Unione Europea, nel 2019 sono stati andati in fumo oltre 4.000 km2 di territorio, 3.400 km2 nel 2020 e addirittura 5.000 km2 nel 2021 – una superficie equiparabile a 700.000 campi da calcio, o a due volte quella del Lussemburgo. Paesi come Bulgaria, Belgio, Francia, Germania e Albania hanno visto crescere la percentuale del territorio a rischio incendi con indici “Molto elevato” o “Estremo” dal < 25 % nel 1971 a oltre 50% di oggi; nello stesso periodo, nella regione mediterranea, la classe di rischio “Molto estremo” ha raggiunto percentuali record.

Da tempo il Vecchio Continente registra valori sopra la media per gran parte dell’anno, specialmente durante la stagione estiva e autunnale, e aumenti marcati nel numero di giornate con rischio “Estremo” nelle regioni del sud e sud-ovest e in particolare in Spagna, Portogallo, Francia meridionale, Italia e Grecia. Un aspetto allarmante rilevato è il cambiamento della stagionalità degli incendi: i picchi di attività, che in passato si concentravano tra luglio e agosto, sono ora anticipati a giugno, e in alcuni casi addirittura a fine primavera, evidenziando un allungamento della stagione dei fuochi. Non solo gli incendi iniziano prima, ma tendono anche a durare più a lungo e a essere più intensi, spesso alimentati da condizioni meteorologiche estreme come ondate di calore prolungate, siccità persistente e venti secchi.

L’impatto di questi fenomeni può avere effetti di lunga durata non solo sui sistemi ambientali, ma anche su quelli sociali ed economici: gli incendi dell’estate 2023 hanno ad esempio prodotto un volume eccezionale di anidride carbonica, pari a circa un terzo delle emissioni annuali generate da tutto il traffico aereo dell’Unione Europea. Le polveri sottili, il fumo e gli inquinanti respirati durante le ondate di fuoco provocano poi picchi di disturbi respiratori, soprattutto tra anziani, bambini e persone fragili, con conseguenti aggravi sul sistema sanitario nazionale.

Diventa quindi indispensabile rafforzare la preparazione e la pianificazione a tutti i livelli di governance per far fronte a questi eventi distruttivi, individuando azioni che non possono basarsi solo su misure emergenziali o reattive, ma che dovranno sempre più essere di prevenzione.

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