In un mondo dove oltre 800 milioni di persone soffrono la fame, ogni giorno le famiglie sprecano almeno un miliardo di pasti. Non consola neanche la fotografia italiana: secondo l’ultimo rapporto dell’Osservatorio Waste Watcher, negli ultimi dodici mesi lo spreco domestico è cresciuto del 9,2%, passando da 566 a 618 grammi settimanali a persona. Una tendenza allarmante che tradisce distrazione, scarsa pianificazione e una bassa propensione a riutilizzare gli avanzi.
Il cibo che finisce inutilizzato nelle nostre cucine sarebbe sufficiente per assicurare 1,3 pasti al giorno a ogni persona denutrita nel mondo. Ma non è solo una questione etica. Lo spreco alimentare pesa anche sull’ambiente: è responsabile di quasi il 10% delle emissioni globali di gas serra, pari a cinque volte quelle del traffico aereo. E l’impatto economico è altrettanto rilevante: circa mille miliardi di dollari l’anno bruciati, letteralmente, in termini di risorse perse.
«Oltre agli aspetti di carattere etico ed economico, lo spreco alimentare porta con sé un enorme consumo di risorse naturali (come acqua, energia, suolo). Inoltre, contribuisce in maniera rilevante ad una varietà di impatti ambientali a scala locale e globale: emissioni di gas serra, deforestazione, perdita di biodiversità, inquinamento. Serve certamente il recupero degli sprechi, ma nelle nostre case, la prevenzione è ciò su cui dovremmo concentrarci. Non dobbiamo sprecare risorse», afferma Eva Alessi, Responsabile Sostenibilità del WWF Italia.

Sprecare è un comportamento, prevenire è un’abitudine
Secondo il WWF, le cause dell’incremento dello spreco sono da cercare anche nella crescente diffusione di cibo economico e meno duraturo, spesso abbinato a una cattiva gestione domestica: mancanza di tempo, scarsa conoscenza di come conservare gli alimenti, poca fantasia nel reinventare gli avanzi.
«Lo spreco è anche una questione di comportamenti: serve l’attivazione dei cittadini perché ancora oggi lo spreco alimentare avviene principalmente all’interno delle mura domestiche. Abbiamo bisogno di pianificare correttamente i nostri consumi, ossia la spesa che facciamo, leggere scrupolosamente le etichette delle scadenze, comprendere l’uso corretto del frigorifero e dei suoi settori. Anche quest’anno, continuiamo a sprecare frutta fresca, pane, verdura, insalate, alimenti con un alto valore nutrizionale, alla base della dieta mediterranea. Questo è un aspetto che dovrebbe farci riflettere e agire, perché mangiare male, con diete squilibrate, ha un impatto sulla nostra salute e sui costi sanitari», continua Alessi.

La geografia dello spreco nel nostro Paese è a macchia di leopardo: più contenuto al Nord (526 g a settimana per persona), più accentuato al Sud (713 g) e al Centro (640 g). Ma ovunque resta troppo alto rispetto agli obiettivi di sostenibilità fissati dall’Agenda 2030. Per rispettarli, bisognerebbe scendere a 369,7 grammi settimanali a testa: un taglio netto che richiede un impegno costante, anno dopo anno.

Le soluzioni ci sono già
L’Italia, in realtà, un punto di partenza ce l’ha. È la legge Gadda (n. 166/2016), che favorisce la riduzione dei rifiuti e promuove il recupero delle eccedenze alimentari per finalità solidali. Un testo avanzato a livello europeo, che però deve fare i conti con ostacoli burocratici ancora troppo pesanti. Serve semplificare le procedure, incentivare chi dona e migliorare la rete di redistribuzione.
In altri Paesi, intanto, qualcosa si muove. Il Giappone, dal 2008, raccoglie dati e corregge le rotte attraverso iniziative mirate; ha ridotto lo spreco del 31%. Il Regno Unito, con campagne coordinate tra pubblico e privato, ha ottenuto un calo del 18%. Anche il Rapporto UNEP suggerisce due leve fondamentali: più dati, più cooperazione.

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