Il 2026 non è iniziato con un reset ma con una grande accelerazione. Le linee di frattura che attraversano il mondo, diritti umani compressi, crisi ambientali, instabilità geopolitica non solo restano aperte, ma diventano più profonde, più normalizzate, più difficili da distinguere l’una dall’altra. A febbraio, la sensazione diffusa è che non siamo davanti a una somma di emergenze, ma a un sistema globale che fatica a reggere.

A fotografare bene questo contesto è il World Report 2026 di Human Rights Watch, pubblicato a gennaio. Il documento parla senza mezzi termini di una recessione democratica globale: oggi la maggioranza della popolazione mondiale vive in Paesi in cui libertà civili, diritti politici e tutela delle minoranze sono in regressione.

Ciò che colpisce non è solo l’estensione del fenomeno, ma la sua normalizzazione. La compressione dei diritti non riguarda più soltanto regimi autoritari dichiarati. Anche democrazie consolidate contribuiscono a indebolire il sistema internazionale dei diritti umani, attraverso politiche migratorie sempre più securitarie, l’uso estensivo dello stato di emergenza, la criminalizzazione del dissenso e un’applicazione selettiva del diritto internazionale. Un’analisi ripresa anche dal Guardian, che descrive un ordine globale dei diritti sempre più fragile e incoerente.

Questa fragilità si riflette in modo diretto nelle crisi umanitarie, che nel 2026 appaiono sempre meno come eventi temporanei e sempre più come condizioni croniche. Il Sudan, all’inizio dell’anno, resta uno degli epicentri più gravi: il conflitto continua, i sistemi sanitari sono al collasso e milioni di persone vivono senza accesso stabile a cibo, acqua e cure. La diffusione del colera, segnalata da più agenzie umanitarie, rende ancora più complesso l’intervento sul campo. Accanto al Sudan, Afghanistan, Yemen, Haiti e Sud Sudan continuano a occupare le prime posizioni nelle liste di emergenza delle Nazioni Unite. Secondo il Global Appeal 2026 dell’UNHCR, il numero di persone costrette alla fuga o bisognose di protezione internazionale resta a livelli record, mentre le risorse disponibili per la risposta umanitaria non crescono allo stesso ritmo.

Ma il 2026 è anche l’anno in cui una crisi resta drammaticamente fuori dal radar mediatico, pur avendo dimensioni enormi: quella dell’Est della Repubblica Democratica del Congo. Nelle province orientali del Paese, a febbraio, milioni di persone sono sfollate a causa di violenze armate, instabilità politica e competizione per il controllo delle risorse naturali. È una crisi che unisce violazioni sistematiche dei diritti umani, sfruttamento minerario, interessi geopolitici e impatti ambientali profondi. Qui la sostenibilità mostra il suo volto più crudo: minerali essenziali per la transizione energetica globale come cobalto e coltan sono estratti in contesti segnati da violenza, lavoro forzato e distruzione degli ecosistemi. È uno dei paradossi più evidenti del nostro tempo: la transizione verde del Nord globale poggia, in parte, su territori dove diritti umani e ambientali sono sistematicamente calpestati.
A rendere il quadro ancora più complesso c’è il tema delle risorse finanziarie. Il 2026 si apre con un dato allarmante: i bisogni umanitari aumentano, ma i fondi diminuiscono. Un’analisi pubblicata su The Lancet e ripresa dal Washington Post avverte che i tagli agli aiuti internazionali potrebbero tradursi in milioni di morti evitabili entro il 2030, soprattutto per fame e mancanza di accesso ai servizi sanitari essenziali.

Questo scenario si intreccia sempre più con la crisi climatica, che nel 2026 non è più un rischio futuro ma un fattore destabilizzante già in atto. Il Global Risks Report 2026 del World Economic Forum conferma che eventi climatici estremi, scarsità d’acqua e perdita di biodiversità restano tra le principali minacce globali, con effetti diretti su sicurezza alimentare, migrazioni forzate e conflitti. A febbraio è evidente che sostenibilità e geopolitica sono ormai inseparabili. Le scelte su energia, materie prime, catene di approvvigionamento e adattamento climatico sono sempre più guidate da logiche di sicurezza nazionale e competizione tra potenze. I trend ESG del 2026 mostrano come diritti umani, clima e governance siano diventati terreno di scontro geopolitico, più che di cooperazione multilaterale.

In parallelo, anche le istituzioni internazionali entrano nel 2026 in una fase di forte vulnerabilità. A gennaio, il Segretario generale delle Nazioni Unite ha avvertito che la crisi finanziaria dell’ONU rischia di compromettere seriamente la capacità dell’organizzazione di rispondere alle emergenze globali, proprio mentre le crisi si moltiplicano.

Guardare al 2026, oggi, significa quindi fare una scelta: continuare a trattare queste crisi come compartimenti stagni, oppure riconoscere che fanno parte di un unico sistema sotto pressione. Diritti umani, sostenibilità ambientale e stabilità geopolitica non sono più temi separabili. Sono la stessa domanda, posta in luoghi diversi del mondo: chi paga il prezzo delle transizioni e chi decide come devono avvenire.

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