Non è una storia straordinaria a catturare l’attenzione, ma un gesto minimo come quello di fermarsi, chinarsi, raccogliere. È da qui che prende il via Io e la lepre, il libro d’esordio di Chloe Dalton appena pubblicato in Italia da Neri Pozza, che negli ultimi mesi si è imposto come caso editoriale tra Stati Uniti e Regno Unito, sostenuto anche dall’endorsement di Angelina Jolie.

Scrittrice e consulente politica con un lungo passato tra Parlamento britannico e Ministero degli Esteri, Dalton lascia temporaneamente Londra durante la pandemia e si rifugia nella campagna inglese. È inverno. Il paesaggio è immobile, quasi sospeso. Proprio in quel vuoto apparente avviene l’incontro che struttura il libro: un leprotto appena nato, quasi invisibile tra la terra e l’erba, fragile al punto da sembrare destinato a non sopravvivere.
La scelta è immediata e insieme esitante. Intervenire significa forse salvare, ma anche rischiare di compromettere un equilibrio delicatissimo. Dalton decide di prendersene cura, ma con un obiettivo preciso: non addomesticare, non trattenere, non interferire più del necessario. Bensì, lasciare all’animale la sua natura selvatica.
Da questo equilibrio instabile nasce il racconto. Non una narrazione romanzata, ma un diario che segue la crescita della lepre con precisione quasi scientifica e, allo stesso tempo, registra una trasformazione interiore. La quotidianità cambia ritmo, si allontana dalla scansione urbana e si accorda a quella, più lenta e irregolare, del mondo naturale.

Il libro, che è stato finalista al Women’s Prize for Non-Fiction e ai British Book Awards 2025 e ha vinto il Wainwright Prize, tiene insieme più registri: memoir, osservazione naturalistica, riflessione sul rapporto tra esseri umani e ambiente. Senza enfasi, ma con una costanza narrativa che evita ogni deriva stucchevolmente sentimentale.
Il punto di forza risiede proprio in questa sottrazione. Dalton non costruisce una favola, ma un’esperienza reale, fatta di tentativi, errori, apprendimenti. La lepre cresce, resta indipendente, non diventa mai un animale domestico. E in questa distanza si costruisce una relazione diversa, non possessiva.
A colpire è anche lo sguardo che il libro restituisce sulla natura: non uno sfondo, ma un sistema vivo, regolato da equilibri che non coincidono con i tempi e le aspettative umane. L’autrice osserva, si adatta, impara a non intervenire quando non è necessario. È qui che il racconto si allarga e diventa riflessione.

Come osserva Chiara Gilardi su Satisfiction, «questo libro non è un romanzo, ha piuttosto le caratteristiche di un diario in cui l’autrice annota i momenti topici della crescita della lepre in modo molto dettagliato, preciso e puntuale, alla stregua di uno zoologo, e altresì fissa sulla pagina i preziosi istanti che stimolano e agevolano la propria consapevolezza interiore». E ancora: «le parole della Dalton sono un grido audace a un universo umano che non riesce ancora a comprendere la fondamentale importanza dell’ambiente in cui è collocato e di cui dovrebbe prendersi cura anziché devastarlo impropriamente. Un universo pensante che sinora non ha avuto la capacità di fare propria la certezza che ciò che ci circonda è un dono, da sostenere e assolutamente rispettare nell’avvicendarsi dei cicli naturali, animale e vegetale».

Particolarmente positiva l’accoglienza ricevuta presso la stampa estera. The Guardian scrive: «Chloe Dalton ha la precisione di uno zoologo e la sensibilità linguistica di un poeta. Sulla pagina la lepre è davvero viva, con il suo muso, gli occhi e il manto che cambia in accordo alle stagioni».
The New Yorker ne sottolinea, invece, «la prosa limpida e misurata, un raro conforto in un mondo che corre a ritmi frenetici».
Entustiastico anche il parere del popolare biologo americano Carl Safina che lo definisce «un libro meraviglioso».

Io e la lepre non propone soluzioni, né indulge in toni moralistici. Eppure lascia emergere una direzione: quella di un possibile riequilibrio tra presenza umana e sistemi naturali. Non attraverso grandi dichiarazioni, ma tramite un cambiamento di postura, fatto di attenzione, misura, rispetto.
Alla fine, il libro di Chloe Dalton non è solo il racconto di un incontro inatteso. È un esercizio di sguardo. E, soprattutto, un tentativo riuscito di restituire fiducia nella possibilità di abitare il mondo senza consumarlo, di osservare senza dominare, di convivere senza cancellare.

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