«Il 25 febbraio 2021 ho scritto una lettera a Jeff Bezos, il fondatore di Amazon. Ho lavorato con la sua azienda per quasi vent’anni: prima informalmente, dal 2003, per uno dei suoi principali manager a livello mondiale, poi ufficialmente, dal 2009 al 2021. È stato un sogno: ho amato l’energia di chi osa, l’ambizione di costruire qualcosa che non esisteva, la sensazione di essere parte di una rivoluzione che avrebbe cambiato il mondo. Finché, un giorno, ho visto quel sogno incrinarsi».

Si apre così Lettera a Jeff Bezos, edito da Do It Human, il primo libro di Marisandra Lizzi – in libreria dal 5 giugno – e si capisce subito che non si tratta di una denuncia né di una celebrazione. È piuttosto un atto di verità, una testimonianza lucida e sentita su ciò che significa partecipare dall’interno a un mito globale, per poi accorgersi che qualcosa – lentamente, inesorabilmente – si è rotto.

Giornalista, imprenditrice e fondatrice di Mirandola Comunicazione e della startup iPressLIVE, Lizzi è stata tra le artefici dell’immagine pubblica di Amazon in Italia. Ne ha costruito la narrazione, ne ha vissuto lo slancio pionieristico, ne ha interiorizzato i sedici Principi di Leadership, che hanno guidato ogni fase della sua crescita personale e professionale. Ma proprio quei principi, trasformatisi nel tempo in dogmi, hanno finito per incrinare l’equilibrio profondo tra visione e valori.

«Mi sono accorta che ero disallineata rispetto ai miei valori», ha raccontato l’autrice durante la presentazione milanese del libro all’Ècate Caffè Libreria. Quell’incrinatura, inizialmente invisibile, è cresciuta giorno dopo giorno, come «quelle piccole crepe che si allargano lentamente fino a mandare i vetri in frantumi». Finché il corpo stesso non ha iniziato a dirle che qualcosa non tornava: «Scrivendo mi sono accorta che quelle crepe erano ben più numerose e profonde di quanto credessi».

Il risultato è un libro che attraversa, come ha osservato la giornalista Assunta Corbo, co-fondatrice del Constructive Network e moderatrice dell’incontro stampa all’Ècate Caffè: «Questo libro non denuncia e non celebra. Questo libro attraversa. E chi attraversa il dolore, cambia». E ancora: «Lettera a Jeff Bezos è un globo di gratitudine. È un libro che non fa sentire soli».

Lo scrittore pubblicitario Paolo Iabichino, dichiarato sostenitore e amico di lungo corso di Marisandra Lizzi, commenta con grande affetto e altrettanta ammirazione: «In questo libro c’è la sua vita, le sue scelte, e ci sono scelte che fanno cadere, ma a una certa età si cade come nel judo, imparando a non farsi male, non così male da impedire di alzarsi in piedi di nuovo e guardare in faccia il tuo avversario. Ecco, Marisandra guarda in faccia Bezos mentre gli scrive, dopo una caduta formidabile, prende il coraggio a due mani e le mette sulla tastiera».

Il volume è strutturato come un percorso in dodici tappe: ogni capitolo parte da uno dei principi fondanti di Amazon, ne indaga luci e ombre, e propone una riscrittura che mette al centro la persona, il corpo, la consapevolezza. Una trasformazione che punta a umanizzare ciò che è stato costruito per massimizzare, senza perdere l’efficacia, ma recuperando empatia e senso.

«Riscrivere i Principi di Leadership per me non è stata solo un’occasione per rileggere la mia storia, ma anche per offrire strumenti concreti a chi, oggi, si trova immerso nel paradigma dell’innovazione senza sentirlo proprio», spiega Lizzi. «Il mio intento è di sminare la tossicità, di rigenerare i codici culturali, e immaginare un futuro dove la tecnologia non è un mezzo per sfruttare le persone, ma uno strumento per una vita migliore».

C’è, in queste pagine, una lezione che trascende il mondo del business. È una riflessione sul ritmo, sull’identità, sulla necessità di scegliere. Perché – come scrive l’autrice – «dobbiamo sottrarci alla paura di brillare. Il mondo proverà sempre ad allontanarci da noi stessi, da ciò in cui crediamo: è fondamentale non smettere di ascoltare la nostra voce più intima, che è una voce che parte dal corpo, quando ci sussurra che stiamo perdendo la nostra centratura umana».

Non mancano suggerimenti concreti – strategie di comunicazione, modelli operativi, osservazioni sulle trappole del washing e sulle responsabilità personali e sociali, riflessioni sul potere trasformativo del linguaggio,  – ma l’essenza del libro va oltre. Lettera a Jeff Bezos parla a chi si sente stanco di correre, a chi vive uno scarto tra ciò che fa e ciò in cui crede, a chi intuisce che un altro modo è possibile.

A chi le chiede perché abbia deciso di scrivere proprio a Jeff Bezos, Lizzi risponde senza esitazioni: «Perché a un certo punto il dolore non si poteva più evitare. Dovevo attraversarlo. Scrivere quella lettera è stato un atto di verità».

E forse è proprio questo il nucleo più potente del libro: l’idea che non ci si salva aderendo perfettamente a un modello, ma riscrivendolo. Uscendo dal rumore. Scegliendo, quando serve, di brillare da un’altra parte.

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