Se l’8 marzo serve a misurare quanto davvero stiamo cambiando, i dati Ipsos per l’International Women’s Day 2026 offrono una bussola chiara. La nuova indagine internazionale, condotta in collaborazione con il Global Institute for Women’s Leadership del King’s College di Londra, racconta infatti un’opinione pubblica attraversata da forti tensioni, in decisa crescita rispetto alla prima rilevazione del 2019.
Il dato da cui partire è netto: a livello internazionale la maggioranza (52%) ritiene che, in tema di parità di diritti tra donne e uomini, si sia già fatto abbastanza. In tutti i Paesi monitorati da Ipsos dal 2019 questa quota è salita di circa dieci punti. In Italia lo pensa il 49% (55% degli uomini, 42% delle donne), in aumento di 9 punti. È il segnale che siamo in una fase di assestamento: le politiche di uguaglianza sono entrate nella vita concreta, ma una parte dell’opinione pubblica le percepisce come “arrivate al limite”.
Qui si innesta quel backlash culturale che stiamo raccontando da diverso tempo.
Dall’analisi Ipsos due narrazioni si affacciano con forza: “stiamo discriminando gli uomini” (44% nel mondo; 38% in Italia, 46% tra gli uomini e 31% tra le donne) e “agli uomini si chiede troppo per la parità” (46% globale; 35% in Italia, 40% tra gli uomini e 30% tra le donne). Questa, che a prima vista potrebbe sembra soltanto stanchezza verso temi dell’empowerment femminile, in realtà sono la frizione che accompagna ogni nuova ridefinizione di ruoli, tempo e potere. È il segnale tipico di reazione quando le riforme entrano nella vita quotidiana.
Per capire perché il contraccolpo attecchisce, guardiamo a chi beneficia dei ruoli tradizionali. Globalmente, il 29% pensa che gli uomini ci guadagnino quando le donne restano “tradizionali”, e solo il 17% quando non lo fanno. L’Italia è in linea: 27% contro 17%, con un 35% che vede “nessun impatto”. Tradotto: la specializzazione di genere continua a premiare lui (più status e tempo) e a costare a lei (opportunità e reddito).
Eppure, quando si chiede cosa sia giusto fare, la risposta è univoca: condividere. La maggioranza indica la corresponsabilità per la cura dei figli (73% globale; 77% Italia), le faccende domestiche (73%; 74%) e le decisioni importanti in famiglia (77%; 80%). Anche il reddito “si fa insieme” per il 66% nel mondo e il 77% in Italia.
Il freno sta nelle norme sociali percepite: ciò che crediamo “gli altri” si aspettino da noi. A livello globale si pensa che la società attribuisca ancora alle donne “cura e casa” (35%) e agli uomini il ruolo di breadwinner (40%). In Italia le percentuali sono più basse (31% per cura e casa; 28% per il reddito), ma il riflesso resta. È questo scarto fra preferenze personali e aspettative percepite a spiegare molte inerzie quotidiane.
Entrando invece nel vivo degli stereotipi sulle donne, secondo l’indagine Ipsos questi resistono ma si assottigliano. “Le donne sono naturalmente migliori nella cura” convince metà del campione (51% globale; 50% Italia). Scendono altre convinzioni: “se lei guadagna più del marito è un problema” (27% mondo; 20% Italia) e “la moglie deve obbedire” (20% globale; 10% italiano).
Restano controlli simbolici – “una donna non dovrebbe apparire troppo indipendente” (17% mondo; 11% Italia) – e la pressione estetica sulle giovani (29% mondo; 24% Italia). Anche i codici emotivi pesano: per il 21% globale e il 15% in Italia le donne non dovrebbero dire “ti voglio bene” alle amiche.
Speculare è il capitolo sulla maschilità. È minoritaria la tesi che “i padri caregiver siano meno maschili” (14% globale; 11% Italia), ma resistono prescrizioni rigide: “un vero uomo non dice mai no al sesso” (17% mondo; 15% Italia), “deve cavarsela da solo” (24% vs 17%), “gli uomini non dovrebbero dire ‘ti voglio bene’ agli amici” (24% mondo; 17% Italia). La buona notizia è che quasi uno su due riconosce maggiore attrattività agli uomini che si prendono cura (49% globale), benché in Italia la quota sia più bassa (36%): il modello di maschilità orientato alla cura è entrato nel perimetro del desiderabile, ma non è ancora egemone.
Lo sguardo generazionale completa il quadro della ricerca. Come dimostrano molti altri studi Ipsos, gli uomini Gen Z sono il gruppo più tradizionalista: il 57% ritiene che promuovere l’uguaglianza discrimini gli uomini (contro il 38% delle coetanee), il 33% pensa che il marito debba avere l’ultima parola in casa (19% tra le giovani), e il 21% sostiene che “una vera donna non dovrebbe iniziare” un rapporto sessuale (12% tra le giovani). La sfida parte da qui: riconoscere il disagio maschile senza arretrare sui diritti femminili, offrendo ai ragazzi nuovi copioni identitari in cui non si perda potere, ma si guadagnino libertà, tempo e salute mentale grazie alla condivisione reale.
Che cosa ci dice dunque l’8 marzo di quest’anno? Che il cantiere della parità è aperto e la direzione di marcia è tracciata: più condivisione nelle preferenze, più leadership femminile percepita come utile, maggioranza dell’opinione pubblica che ancora chiede più leader donne per raggiungere l’uguaglianza.
Ma anche che le resistenze non vanno negate: vanno comprese e governate. L’8 marzo è il promemoria: l’uguaglianza non è un gioco a somma zero. L’uguaglianza non toglie: moltiplica valore, benessere e qualità delle relazioni per tutte e per tutti.
Francesca Petrella ha una laurea specialistica in Comunicazione Pubblica ed Internazionale e un master in Comunicazione Pubblica e Sociale. Inizia la sua carriera professionale in Ipsos Public Affairs e dal 2017 è responsabile della divisione Marketing e Comunicazione di Ipsos Doxa. Dal 2023 è anche DE&I Manager in Ipsos e co-fondatrice dell’Osservatorio Civic Brands.
