Nel suo ultimo libro Caro Sapiens. La storia della Terra e le scelte dell’umanità (Mondadori), Mario Tozzi prova a spostare il punto di vista. Non è l’uomo a raccontare il pianeta, ma il pianeta a raccontare l’uomo. O meglio, a scrivergli. Il risultato è un saggio divulgativo che usa la forma narrativa delle lettere per tenere insieme rigore scientifico, chiarezza e una riflessione che evita il tono accusatorio, ma non rinuncia alla sostanza.
Il saggio prende forma dall’idea secondo la quale siamo abituati a considerare la Terra come “nostra”, quando in realtà siamo soltanto un episodio marginale della sua storia. Il pianeta ha 4,5 miliardi di anni, ospita milioni di specie, mentre la vicenda dell’Homo sapiens occupa uno spazio quasi invisibile. «Se paragonassimo la storia della Terra a un metro, noi sapiens occuperemmo solo l’ultimo millimetro», osserva Tozzi. Un dato di scala che attraversa tutto il libro e ne orienta il senso.

La Terra, trasformata in narratrice, ripercorre la propria lunga storia: dalla nascita del cosmo alla formazione dei continenti, dalla geodinamica che li sposta ai cicli climatici che si alternano, fino all’evoluzione della vita. È un racconto che restituisce la complessità dei meccanismi naturali senza semplificazioni e che porta il lettore a concludere che l’attuale crisi ambientale non è un accidente, ma il prodotto diretto delle scelte umane, compiute ignorando limiti e leggi fondamentali del sistema Terra.
Il tono non è apocalittico. Assomiglia piuttosto a quello di un genitore paziente, a tratti ironico, che guarda il figlio prediletto con affetto ma anche con crescente preoccupazione. «La Terra non ci odia», dice Tozzi. «Ci osserva, ci sopporta, e ogni tanto ci parla. Il problema è che non la ascoltiamo più. Ma se imparassimo a farlo, forse saremmo davvero all’altezza del nome che ci siamo dati: sapiens». È qui che emerge uno dei nodi centrali del libro: il paradosso di una specie che si definisce intelligente, capace di immaginare e creare, eppure corre con sorprendente rapidità verso l’autodistruzione.

Tozzi mette in discussione anche l’idea di una presunta superiorità umana. Intelligenza, creatività, emozioni non sono un’esclusiva della nostra specie, ma appartengono, in forme diverse, a molti altri esseri viventi. Ignorarlo significa continuare a pensare la relazione con la natura in termini di dominio, anziché di coesistenza. Ed è proprio questo, suggerisce il libro, il punto su cui si gioca il futuro.
La scelta narrativa nasce da un’esigenza precisa. «Cercavo un modo per far riflettere senza moralismi», ha racconta l’autore a Romait. «Così ho immaginato che fosse la Terra, in prima persona, a scrivere a noi sapiens. Ci osserva con affetto, ma anche con preoccupazione. Ci dice: vi siete montati la testa, eppure siete solo un frammento minuscolo della mia storia». Una forma che permette di parlare di scienza, responsabilità e scelte collettive senza trasformare il saggio in un atto d’accusa.

Caro Sapiens è anche un libro personale. «Scriverlo è stato come tornare ai miei anni da studente di geologia alla Sapienza», confida Tozzi. «È il mio libro più personale, più sentito. L’ho scritto ovunque, nei treni, negli aeroporti, senza usare intelligenze artificiali. Credo ancora nella scrittura fatta di mani, errori e pensiero umano». Una dichiarazione che chiarisce il legame tra il percorso scientifico dell’autore e la necessità, oggi, di una divulgazione capace di incidere nel dibattito pubblico.

Geologo, primo ricercatore del CNR, divulgatore televisivo (“Sapiens – Un solo pianeta” è il suo ultimo programma in onda su Rai3) e autore di numerosi saggi, Tozzi continua così il suo lavoro di traduzione tra il linguaggio della scienza e quello della società. Caro Sapiens non offre ricette miracolose, ma pone una domanda su tutte: se davvero vogliamo parlare di progresso, siamo pronti a riconoscere che non coincide con il controllo della natura, ma con la capacità di vivere entro i suoi limiti? Ignorare questa relazione, avverte il libro, significa continuare a mettere a rischio l’unica casa che abbiamo.

 

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