In Italia, nelle stessa strada possono oggi incrociarsi persone nate prima del 1924 e bambini venuti al mondo nel 2025. Non è un’eccezione statistica: è la struttura della società contemporanea. Per la prima volta nella storia convivono fino a otto generazioni, e in molti contesti particolarmente longevi, soprattutto nel lavoro, cinque di queste possono trovarsi fianco a fianco. Una coesistenza complessa, ma anche un patrimonio umano poco compreso e valorizzato.
La fotografia emerge dalle analisi della sociologa Isabella Pierantoni, fondatrice di Generation Mover, riprese in un editoriale di Alessandra Spinelli pubblicato su Il Messaggero e sviluppate nel saggio Il secolo delle generazioni, pubblicato dalla casa editrice il Mulino.

La stratificazione generazionale racconta trasformazioni profonde della società italiana. Agli estremi opposti ci sono oggi la Founder Generation e la giovanissima Generazione Beta:
Founder Generation (nati fino al 1924): cresciuti in un’Italia rurale e povera, segnata da emigrazione e guerre mondiali. In Italia ne restano circa 21 mila. Parola chiave: sopravvivenza.
Silent Generation (1925-1945): infanzia durante fascismo e Seconda guerra mondiale. Oltre 4 milioni di persone. Parola chiave: obbedienza.
Baby Boomer (1946-1964): protagonisti del boom economico. Circa 13 milioni. Parola chiave: ottimismo.
Generazione X (1965-1979): cresciuta tra crisi energetica, austerity e nuove incertezze economiche. Parola chiave: pragmatismo.
Millennial (1980-1994): generazione ponte tra analogico e digitale. Parola chiave: work-life balance.
Generazione Z (1995-2009): cresciuta tra crisi globali e pandemia. Parola chiave: iperconnessione.
Generazione Alpha (2010-2024): nativi digitali che apprendono tra algoritmi e piattaforme online. In Italia sono 7,8 milioni, quasi un milione figli di immigrati. Parola chiave: ansia.
Generazione Beta (2025-2039): la più giovane, nata in un mondo già segnato dall’intelligenza artificiale. In Italia l’11% dei bambini ha almeno un genitore straniero.

La loro convivenza è il risultato di due dinamiche parallele: l’allungamento della vita e la riduzione delle nascite.
A livello globale l’umanità ha superato gli 8 miliardi di persone nel 2022 e potrebbe raggiungere i 9 miliardi nel 2037, trainata soprattutto dalla crescita demografica dell’India. Nello stesso tempo la longevità è aumentata in modo significativo: l’aspettativa di vita media è passata da 47,8 anni nel 1960 a 73,5 anni nel 2024.
Il risultato è uno squilibrio generazionale sempre più evidente. Dal 2018 gli over 65 nel mondo sono più numerosi dei bambini sotto i cinque anni.

In Europa e in particolare in Italia il fenomeno si combina con la denatalità. Il Paese registra da anni uno dei tassi di natalità più bassi del continente, mentre le generazioni più anziane restano centrali nella vita economica e istituzionale.
Nella pubblica amministrazione, ad esempio, il 40% dei lavoratori ha tra i 50 e i 59 anni. Parallelamente continua l’emigrazione giovanile: tra il 2010 e il 2023 circa 550 mila giovani hanno lasciato l’Italia, una perdita stimata in 134 miliardi di euro per il sistema Paese.

Il peso economico delle generazioni più anziane è oggi dominante, ma un cambiamento è già all’orizzonte. Secondo l’Associazione Italiana Private Banking, entro il 2028 Millennial e Generazione Z erediteranno patrimoni significativi, che in Italia potrebbero raggiungere circa 20 miliardi di euro. La convivenza di generazioni diverse non è quindi solo una questione demografica. ma riguarda il passaggio di ricchezza, competenze e potere decisionale.
Per interpretare questa complessità Pierantoni propone il modello della Generational Futures Wave, una mappa che aiuta organizzazioni e istituzioni a comprendere le diverse “onde” generazionali – bisogni, valori, aspettative – e a integrarle nei processi di innovazione.
Il modello rielabora strumenti sviluppati negli anni Novanta alla Stanford University e nasce da oltre quindici anni di ricerca sul tema.
Secondo la sociologa, la vera sfida non è solo tecnologica ma culturale: imparare a trasformare la diversità generazionale in una risorsa.
L’obiettivo, sostiene, è passare dall’ossessione per l’intelligenza artificiale a una nuova competenza organizzativa: l’intelligenza generazionale, cioè la capacità di mettere in relazione età, esperienze e prospettive diverse.

In un Paese dove passato e futuro condividono ormai lo stesso spazio sociale – e spesso lo stesso luogo di lavoro – la convivenza tra generazioni non è più un’eccezione. È la condizione da cui partire per immaginare il prossimo ciclo di sviluppo.

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