L’Italia della Dieta Mediterranea e delle cucine regionali sta cambiando volto. Scaffali e menu si riempiono di prodotti standardizzati, iper-lavorati, progettati più in laboratorio che in cucina. È da questa constatazione che prende le mosse Non è cibo, il nuovo libro di Alessandro Franceschini, recentemente pubblicato da Altreconomia nella collana Le Talpe. Un saggio che non si limita alla denuncia, ma prova a mettere ordine in un fenomeno che riguarda la nostra alimentazione quotidiana, l’economia agroalimentare e le politiche pubbliche.

Franceschini conosce bene il terreno su cui si muove. Per trent’anni protagonista del Commercio equo e solidale italiano, è stato presidente di Altromercato fino allo scorso novembre e di Equo Garantito, l’organizzazione di categoria del settore. Dal 2024 dirige il Master in “Sustainability and Circular Bioeconomy Management” alla Rome Business School. Ha alle spalle una produzione articolata che va dai saggi – tra cui I sovrani del cibo. Speculazione e resistenza dietro a quello che mangiamo (Altreconomia, 2024, con Duccio Facchini) e Consumi o scegli? (Altreconomia, edizione aggiornata 2023, con prefazione di don Luigi Ciotti) – fino a testi teatrali e racconti per bambini. In Non è cibo concentra questa esperienza su un tema specifico e sempre più pervasivo: l’invasione degli alimenti ultra-processati.

Patatine dai gusti improbabili, orsetti gommosi, nuggets di pollo stampati in serie: il libro parte da esempi familiari per interrogarsi sulle ragioni del loro successo e sulle conseguenze del consumo di quello che Franceschini definisce “non-cibo”. Prodotti ricchi di calorie ma poveri di valore nutritivo, spinti da un marketing aggressivo e da una promessa di comodità, economicità e gratificazione sensoriale. «Sono più colorati, più saporiti, più morbidi, più facili – e sembrano persino più rassicuranti del cibo vero», osserva l’autore, ricostruendo i meccanismi industriali e commerciali che ne hanno favorito la diffusione.

Il quadro che emerge è ampio: se da un lato le industrie alimentari aumentano margini e volumi, dall’altro a pagare il prezzo sono gli agricoltori, la biodiversità e i consumatori. Gli ultra-processati, scrive Franceschini, «stanno conquistando la nostra tavola, il nostro palato e le nostre economie», creando dipendenza e contribuendo al peggioramento delle diete, in particolare tra i più giovani. Un paradosso evidente in un Paese che continua a rivendicare l’eccellenza della propria tradizione gastronomica.
Il libro, però, evita scorciatoie ideologiche. Fin dall’introduzione, Franceschini chiarisce che l’obiettivo non è demonizzare la trasformazione del cibo in sé: il libro non intende «criticare la trasformazione del cibo, fondamentale nell’evoluzione del genere umano, ma l’abuso di ultra-trasformazione degli ultimi decenni operata dalle industrie alimentari al solo scopo di lucro». Allo stesso modo, mette in guardia da semplificazioni fuorvianti: «Non tutti gli alimenti iper-lavorati possono essere considerati poco sani o addirittura dannosi». In molti casi, ricorda, «l’intervento tecnologico ha rappresentato una vera conquista», come per i prodotti destinati a chi soffre di intolleranze o allergie, o per l’alimentazione della prima infanzia, pensata per rispondere a specifici bisogni nutrizionali.

Nella premessa al volume, l’autore affronta anche il tema del linguaggio e delle false contrapposizioni: «Non bisogna creare contrapposizioni tra naturale e chimico, come il marketing d’assalto è solito fare. Nel mondo fisico e naturale tutto è chimica: anche una mela è fatta di atomi e molecole e la sua crescita come la sua digestione nel nostro organismo è un processo chimico». La distinzione che conta, sottolinea Franceschini, è un’altra: «Quella che ci interessa è la contrapposizione tra alimenti di origine naturale ed elementi di sintesi frutto di un processo industriale laddove vi sia la sostituzione per agire sui margini commerciali e prezzi di vendita del cibo, peggiorando la qualità del cibo e la nostra salute».

Accanto all’analisi critica, Non è cibo propone anche un’agenda minima di reazione. L’autore insiste sul ruolo dei consumatori, chiamati a opporsi alla diffusione del “non-cibo” con piccoli ma consapevoli cambiamenti nelle abitudini di acquisto, e su quello dei cittadini, che possono chiedere politiche pubbliche capaci di tutelare il cibo autentico. Le alternative, sostiene, esistono già e passano dal sostegno a filiere più giuste e sostenibili.
Il risultato è un saggio di 176 pagine, accessibile ma documentato, che non indulge in toni apocalittici e invita piuttosto a riconoscere ciò che mangiamo, prima che – come avverte Franceschini – sia il cibo a mangiare noi. Un libro che parla di alimentazione, ma che in realtà interroga il modello economico e culturale che abbiamo costruito intorno al cibo.

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